Giò (avrà trent’anni nel 2007)
Voglio raccontarvi quello che mi è successo un mese fa. Vitta mi ha chiesto di seguire il Clu (Comunione e liberazione, ndr) in America. Vi racconto come sono le persone del clu in America. Il massimo del rapporto con il padre è quello di uno che, quando guarda i film di guerra, suo padre gli dice quali sono le immagini reali e quali sono finzioni cinematografiche. Il fratello di Marc Basic non ha il padre perché è scappato di casa. Un negro non saprebbe dove sta di casa perché prende la metro e fa tutto il percorso per andare a casa con gli occhi bassi perché se li alza e guarda in faccia qualcuno è finito. Non saprebbe neanche individuare dove abita su una cartina. Uno è figlio alcolizzato e la madre ha un ictus ed è in carrozzella. Io con questi ho capito perché Cristo salva la vita fisicamente: perché tutti questi sono stati salvati dalla violenza. Vi racconto come sono cresciuto. Mio padre era sempre impegnato con il movimento perché è uno dei responsabili ed io ero contento di come mi guardava, perché mi guardava come don Giussani guarda lui, ma nello stesso tempo lui stava con i suoi amici e non con me. Io sono cresciuto con i miei amici e fra noi c’era una vera amicizia. Facevamo tutto assieme e se mi chiedevano qualcosa non c’era santo che tenesse. Io ero disposto a tutto per loro. Erano il Luca, Lele e Simone. Eravamo terribili: ci hanno mandato via dalla squadra di basket, di pallavolo, dall’oratorio. Io li avrei seguiti ovunque, anche se non sapevo che cosa avrebbero combinato. Una volta a Luca un tizio, il bullo del paese, gli aveva rubato le scarpe. Lo rivediamo a Messa, Luca si volta e mi fa: «seguimi» e io l’ho seguito, senza sapere cosa avesse in mente. Il prete aveva appena invitato tutti a scambiarsi il segno della pace. Luca arriva davanti al bullo e gli dice: «se tu non mi ridai le scarpe io non ti do il segno della pace». E quello: «e io ti spacco il muso». E se il prete non avesse interrotto la Messa si sarebbero azzuffati lì, in mezzo alla chiesa.
Tenere il naso fuori
Un giorno però, quest’amicizia è finita. Perché all’inizio delle superiori ognuno è andato per la sua strada e così ci siamo persi. Io mi sentivo perso, non avevo più voglia di fare niente. Non studiavo più e andavo male a scuola. Io frequentavo il Don Gnocchi, un liceo a Carate Brianza, e mi ricorderò sempre il giorno che il mio insegnante di italiano, Mauro Grimoldi, mi disse: «Cesana, tu sei nella merda fino al collo come tutti gli altri. Solo che gli altri si agitano per uscirne. A te basta tenere fuori il naso per respirare». E per me era effettivamente così. Una volta sono andato in vacanza con la mia famiglia e con altri amici. Con noi c’era un bambino che si chiama Beniamino. Vedendo una fabbrica da cui usciva del fumo dai comignoli, Beniamino chiese alla madre se lì ci fabbricassero le nuvole. Pensate che fantasia! Ma la madre rispose: «no, lì ci bruciano la merda». Ecco, per me la realtà era questo. Tutte le volte che mi avvicinavo ad una cosa ne vedevo subito i limiti e pensavo fosse solo una merda.
L’interrogazione
Siccome i miei amici andavano con le bambine anch’io una volta c’ho tentato con una bella. Non me ne fregava niente ma le ho detto che le volevo bene. E lei mi ha risposto che non le interessavo. Quella sera mi ha telefonato uno del movimento e io gli ho raccontato quello che mi era successo. Mi ha detto che sarebbe venuto immediatamente a trovarmi. È arrivato alle 10.30 con un altro che mi era antipaticissimo e ho pensato «sarà una serata di merda». Invece sono rimasto stupito di come stavano assieme e siamo diventati tanto amici che incominciammo a fare tutto assieme.
Un giorno siamo andati a trovare don Giussani e gli abbiamo detto che era iniziata per noi una vita nuova e lui ci ha risposto che la nostra vita iniziava adesso. Anche in un altro incontro don Giussani ci ha ripetuto le stesse cose. Io ho sempre avuto chiaro che il Mistero doveva essere una presenza fisica con carne e ossa. Un giorno sono andato dal mio professore di storia e filosofia, Stefano Giorgi, e gli ho chiesto di interrogarmi. Avevo una situazione disastrosa: tutti due in storia. Lui mi interrogò e mi diede 5/6. Ero contentissimo. Il giorno dopo però mi riinterrogò in filosofia e siccome io non sapevo niente mi diede un altro due. E mi disse «però questo vale». Terminata l’ora di lezione io lo rincorsi nel corridoio e lo fermai e gli dissi quello che pensavo su di lui. E che per me poteva anche andare a cagare. E lui mi ha risposto «e per me tu puoi andare a settembre». Poi invece siamo diventati amici e lui mi ha chiesto chi erano i miei amici e ha voluto conoscerli. Questo riferimento adulto ha permesso alla nostra amicizia, che sarebbe stata destinata a morire, di trovare un luogo dove essere sostenuta.
L’intervento
Poi ci siamo diplomati e ognuno ha scelto una strada diversa e l’amicizia del liceo è terminata di nuovo e mi sono ritrovato di nuovo solo. In università mi invitavano sempre alle equipe (organo dei responsabili di Cl, ndr) ma anche se c’era don Giussani io non ci andavo. Con i miei amici, ad un certo punto, abbiamo cominciato a riunirci con mio padre e passavamo il tempo a bere e a sparare a zero contro tutti quelli del movimento. Mio padre ci ascoltava sempre finché una sera ci ha detto: «per me, se non avete il coraggio di parlarne agli altri, potete andare anche a cagare». Questo mi ha detto mio padre. Allora per le equipe successive ci siamo preparati in quattro e siamo usciti per primi. Abbiamo detto tutto quello che pensavamo con interventi molto pesanti. Era tutta una serie di parolacce. Ad un certo punto è uscito come una fionda Enzo Piccinini che ha detto che bisognava partire da lì e che era un punto di non ritorno. Anche don Pino, che teneva l’assemblea, ha ripreso i nostri interventi e da lì abbiamo cominciato diventare amici di don Pino e di Dima.
La mamma Emilia
L’amicizia è stare di fronte al Mistero. Poi don Baroncini mi ha chiesto di seguire il Clu della Polonia perché era nato l’euroclu (s’intende la realtà continentale di Cl, presente in tutti i paesi dell’Ue e dell’Est europeo, ndr). L’ottobre dell’anno scorso ero ad una riunione, quando don Pino mi ha chiamato e mi ha detto di tirar su la mia roba e di seguirlo. Io pensavo che si dovesse andare da uno che aveva messo incinta la sua ragazza e che lei volesse abortire (cosa che poi effettivamente ha fatto). Il don Pino è un gigante. Mi ha detto che mia madre era morta e che dovevamo andare a casa a dirlo alle mie sorelle. Io non parlavo e non dicevo niente.
Il ragazzo dell’Impresa
Poi siamo stati ricevuti da Giussani che ci ascoltava e continuava a dirci che la vita è un Mistero. E a un certo punto ci ha detto che il problema è che noi pensiamo che il Mistero è qualcosa che non si può conoscere. Il problema invece è dare tutto e seguirlo perché è presente. E ci ha portato come esempio il giovane ricco. Io allora mi sono domandato «ma cosa posso offrire a Dio, lui che ha già tutto essendo tutto in tutto?». Leggendo Tracce (rivista mensile di Cl, ndr), che noi spesso trascuriamo (teniamo presente che in America la gente incontra il movimento tramite Tracce, perché li lasciano in giro e la gente, leggendo questa rivista, telefona alla nostra sede di New York per dire che vogliono far parte di questa compagnia), ho avuto risposta a questo problema perché in un intervento Ratzinger ha detto che Dio vuole la nostra libertà. Nell’“Impresa” (opera di educazione e avvio al lavoro di ragazzi a rischio di emarginazione sociale, ndr) che ha fatto mia mamma, ultimamente una persona che non parla mai chiede di essere ricevuto da Giorgi (che è diventato direttore di quest’opera) e gli dice di essere contento perché suo padre usciva di prigione. In un momento, tipo raggio (assemblea, raduno, eccetera, ndr), gli hanno chiesto perché e c’era una che diceva che il motivo era perché suo padre gli aveva insegnato qualcosa. Lui le ha risposto di stare zitta e le ha detto che suo padre non gli aveva insegnato niente. Ma era contento perché suo padre usciva dalla prigione e basta. Noi infatti dobbiamo imparare a stare davanti come bambini ad un luogo che ci ha dato tutto.
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