Giù dal piedistallo Walter

Di Bottarelli Mauro
27 Aprile 2006
Alemanno è il candidato della cdl al comune di roma. il motivo della scelta, i primi passi di prodi e bertinotti e i princìpi su cui «non si transige»

Gianni Alemanno, ex ministro delle Politiche agricole ed esponente di punta della destra sociale di An, sarà il candidato unico della Casa delle Libertà per la poltrona di sindaco di Roma. Tempi lo ha incontrato all’inizio della sua campagna elettorale per parlare dell’impegno come primo cittadino della capitale, di elezioni politiche, di referendum e della difesa di valori come vita e famiglia.
Onorevole Alemanno, come è nata la sua candidatura unitaria per il centrodestra visto che in un primo tempo si era parlato di Mario Baccini dell’Udc? Ed ora, come affronta la sfida con l’icona dell’amministratore illuminato, quel Veltroni idolatrato da media e borghesia?
La mia candidatura non è frutto di un processo politico, bensì una reazione istintiva all’indomani del risultato politico e della situazione di irreale equilibrio verificatasi nel paese. Alla luce di questo, l’istinto è stato quello di unirsi per cercare di rilanciare la sfida nei confronti del centrosinistra e cercare di vincere le elezioni comunali. Quindi è stata una reazione al fatto di aver perso le elezioni politiche per pochissimi voti. Dal punto di vista politico si è preso atto del fatto che Alleanza nazionale è rimasto il partito del centrodestra con il maggior numero di voti, il più grande della coalizione nel territorio. Per quanto riguarda la seconda domanda, posso solo dire che c’è una sorta di sfera che circonda Veltroni dal punto di vista comunicativo e che lo propone in maniera molto enfatica e in maniera decisamente superiore a quanto lui realmente produce per la città. Va detto che è più un fatto mediatico e di élite dentro Roma che non un fatto di popolo, quindi il mio modo di reagire sarà quello che si usa sempre contro i mostri sacri: cercare di farli scendere dal piedistallo. Ovvero, si cerca di mettere in contatto due immagini che oggi per i cittadini romani sembrano slegate, quella di Veltroni come sindaco bravo e illuminato e quella di una città che dal punto di vista dei servizi e della vita quotidiana va sempre peggio. Mettendo a confronto queste due immagini contiamo di farlo scendere dal suo piedistallo.
Torniamo alla politica nazionale. Le prime mosse del governo Prodi, cioè la quasi nomina di Fausto Bertinotti a presidente della Camera e l’attacco di quest’ultimo contro Mediaset, sono secondo lei un segnale chiaro della direzione che prenderà l’esecutivo del centrosinistra?
Sicuramente sì. Noi lo avevamo detto fin dai tempi della campagna elettorale che la dinamica interna al centrosinistra avrebbe progressivamente portato su posizioni sempre più massimaliste. Le elezioni, poi, ce lo hanno confermato con la scarsa performance della Margherita nonostante il tentativo di Rutelli di agganciare una parte del mondo cattolico. Ora le scelte pratiche stanno facendo il resto: sia chiaro, Fausto Bertinotti non va alla Camera a fare il presidente super partes o neutrale ma va per portare il suo bagaglio, il suo patrimonio di lotte e la sua impostazione. Sono tutti passaggi che ci portano a una deriva massimalista e zapateriana.
Da questo punto di vista come valuta il prossimo appuntamento politico, ovvero l’elezione del nuovo presidente della Repubblica?
L’elezione del presidente della Repubblica potrebbe essere un argine a questa situazione, forse più importante del primo spartiacque di questa fase, ovvero l’elezione del presidente del Senato. Noi dovremo cercare di individuare realmente un presidente che possa essere garante, come lo è stato Carlo Azeglio Ciampi, di una situazione di passaggi molto problematici visto che questo governo non durerà tutta la legislatura ma al massimo due anni. Ci vuole quindi una personalità di garanzia per tutto il paese: certamente sarà di centrosinistra ma sta a noi individuare tra il novero di nomi quello che garantisce maggiore imparzialità ed equilibrio per il paese.
Lei spera che il governo riproporrà il metodo Ciampi, ovvero presentare all’opposizione una lista di nomi, oppure crede che avanzerà a tappe forzate come per le presidenze di Camera e Senato?
Io penso, ma sono abituato a stupirmi in negativo, che ci sarà un metodo differenziato tra presidenza di Camera e Senato da un lato e Quirinale dall’altro. E credo altresì che per quanto riguarda il presidente della Repubblica il metodo Ciampi sia ineludibile anche per loro.
Il centrodestra ha governato cinque anni e ha perso le elezioni per un pugno di voti: guardandosi indietro, pensa che siate stati in grado di rispondere in maniera positiva a tutte le aspettative degli elettori rispetto alle promesse fatte? Occorreva fare di più? E se sì, cosa?
Noi non siamo riusciti ad applicare fino in fondo quel principio di sussidiarietà che doveva essere l’asse portante della nostra azione di governo. Voglio dire che sul versante della possibilità di coinvolgere la società civile, di farla realmente partecipare, di darle più autonomia, di creare una minore invadenza dello Stato non per lasciare spazio solo al mercato ma per lasciarlo alla società civile organizzata, a mio avviso c’è stato un oggettivo deficit da parte della maggioranza. Un deficit che si è riverberato anche sulla questione del dialogo sociale: in tal senso noi, rispetto alla vecchia concertazione, ci siamo limitati a negare quest’ultima senza trovare né cercare un meccanismo di dialogo sociale diverso e più incisivo. Sul versante sociale abbiamo avuto difficoltà, che poi si sono tradotte in difficoltà nel comunicare alla gente le cose buone che sono state fatte. Ma la prima difficoltà, ripeto, è stata quella di non essere riusciti a dare protagonismo e creare un rapporto positivo con la società civile.
All’interno del centrodestra lei è sempre stato in prima fila nella difesa di quelli che possiamo definire temi etici, come la tutela della vita e della famiglia. Questo è un retaggio della religione di popolo da sempre presente nella destra sociale oppure è anche frutto di un suo cammino personale, di una sua crescita valoriale?
Tutte e due le cose. La destra sociale è riuscita a staccarsi dagli stereotipi del passato, dalle vecchie formulazioni stataliste proprie attraverso la dottrina sociale della Chiesa e quindi sostanzialmente quello è un nostro punto di riferimento essenziale per il rinnovamento. Dal punto di vista personale io penso che ci siano dei valori, come la vita e la famiglia, su cui nessuno può permettersi di avere un approccio puramente politico. Esistono valori su cui non si transige e per i quali bisogna andare fino in fondo anche a costo di litigare all’interno del partito, come è successo a me e di trovarsi in posizioni laceranti. Su vita e famiglia non si discute né si media perché fanno parte della mia vita e del mio percorso umano.
Tra poco si vota il referendum sulla riforma costituzionale. Cosa dice agli italiani?
Questa riforma non è il massimo, ha certamente molti difetti ma è nettamente meglio della riforma fatta precedentemente dal centrosinistra e quindi invito gli italiani a votarla. Per il futuro, magari, meglio un’assemblea costituente.

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