Gigantesco quotidiano

Di Cwalinski Vladek
09 Novembre 2006
E' l'autore dell'ago e filo di Piazzale Cadorna che ha diviso Milano, ma Claes Oldenburg è soprattutto uno dei padri della Pop Art newyorkese. Un artista innamorato dei particolari di tutti i giorni

Castello di Rivoli (Torino)
A Milano è conosciuto per il gigantesco Ago, filo e nodo (2000) in Piazzale Cadorna. Intervento notoriamente controverso; in realtà più per le discusse pensiline di Gae Aulenti che per la scultura in sé. L’enorme opera ha più di un rimando: al lavoro, di cui Milano è simbolo, alla creatività cittadina legata alla moda e allo stemma visconteo col biscione. Il pensiero di questo anziano artista svedese è sempre tutt’altro che banale e casuale. Nato a Stoccolma nel 1929, trasferitosi a Chicago nel ’36, poi definitivamente a New York nel ’56, Claes Oldenburg è uno dei mostri sacri dell’arte contemporanea. Nel 1961 è con Andy Warhol, Roy Lichtenstein, James Rosenquist e Tom Wesselmann uno dei fondatori della Pop Art newyorkese. “Pop” è una contrazione di “popular” e per gli americani il termine indica ciò che è legato alla cultura di strada, quindi agli oggetti e ai prodotti di consumo, non di lusso. In quegli anni le sue enormi sculture raffiguravano patatine col ketchup, mozziconi di sigaretta in portaceneri, tramezzini con bacon, insalata e pomodoro, hamburger giganti. Ma nessuna denuncia del consumismo, fregole sociali all’europea: interessa scovare l’aspetto poetico, la forma esatta che si nasconde negli oggetti più banali, quotidiani. Per questo sperimentava i materiali più svariati: vinile, capok, tela, schiuma di poliuretano, filo metallico, legno, plexiglas. È scultore autentico Oldenburg e, con la moglie Coosje van Bruggen, forma da quasi trent’anni una delle più affiatate coppie d’artisti della storia.

Musica mastodontica
È l’amore alla forma l’impressione immediata che si ha entrando nella prima sala del Castello di Rivoli dove è allestita la loro rassegna, “Sculpture by the way. Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen”, con oltre duecento tra opere e grandi installazioni. Si prova anche un certo senso di disorientamento perché all’inizio le sue sculture spiazzano, ma poi si finisce per amarle e considerarle come parte del paesaggio. Nella prima sala campeggia un enorme filo per stendere il bucato al quale sono appesi, a mo’ di panni, ruderi e colonne classiche. È un omaggio all’Italia, alla sua antichità. Accanto compare un coltellino svizzero gigante in stoffa, disposto in modo da assomigliare a un gioco. Nella seconda sala un’enorme quantità di piccole sculture, dagli anni Sessanta a oggi. Sono modelli per i large-scale projects – come l’ago di Milano – disseminati nelle città di tutto il mondo. Si va dal Ponte a cucchiaio con ciliegia (1988) di Minneapolis alla Bicicletta sepolta (1990) di Parigi, dal Timbro libero (1991) di Cleveland ai Fiammiferi (1992) di Barcellona, dal Colletto e cravatta capovolti (1994) di Francoforte fino ai Birilli volanti (2000) di Eindhoven, al Cono caduto (2001) di Colonia o all’Arcata di Cupido (2002) di San Francisco. Ma più di tutto si rimane basiti di fronte al Piatto rotto con uova strapazzate e modello per fabbricazione della fontana a forma di ciotola caduta (1987). Per trasformare un soggetto così banale, quotidiano, in una forma che sfida la legge di gravità ci vuole un’infinita fantasia e un senso della composizione fuori dal comune. Più avanti vi sono opere dedicate alla musica, da un enorme Clarinetto inclinato (2006) a ogni sorta di strumento musicale, come la Viola molle o il Corno da caccia affettato e srotolato, realizzati con i materiali più disparati. È evidente che lo strumento musicale per un artista americano rappresenta l’Europa e il fascino della sua tradizione culturale. I riferimenti sono palesi: da Baschenis, pittore bergamasco del Seicento, a Matisse, da Caravaggio a Picasso. Quando una personalità è grande, prima o poi, si confronta con la tradizione per aggiungere il suo tassello alla storia, per dire «ci sono stato anch’io». Ma qui le forme, davvero originali, sono sue e solo sue.

«It’s an amnesia»
L’opera che più lascia attoniti è Dalla biblioteca entropica (1989). Situata in una delle ultime sale, tra affreschi e stucchi, la scultura-installazione proveniente dal museo di Saint. Etienne è un enorme ripiano pieno di libri, mappe e pergamene erose dal tempo e mangiucchiate dai topi, quindi non più leggibili. Il tutto bloccato da due enormi fermacarte con orecchie d’elefante. «Questa – spiega Marcella Beccaria, curatrice della mostra – è l’Europa agli occhi di Oldenburg; e i fermacarte elefanteschi indicano la memoria». Anche la gigantesca lampadina che pende dal soffitto è rotta, quindi non c’è più luce; e le macchie d’inchiostro sul ripiano fanno pensare alla cultura europea che gira a vuoto.
A Tempi Coosje van Bruggen spiega che la Biblioteca entropica raffigura «la perdita di memoria dell’Europa che, pur possedendo gran parte della cultura mondiale, se ne è disinteressata e non è più in grado di leggerla, e quindi di giudicare gli eventi». E lo stesso Oldenburg riferendosi all’opera aggiunge: «It’s an amnesia», «It’s an amnesia», serio. «è certamente il nostro – prosegue van Bruggen – un giudizio terribile sul momento presente, ma tengo a precisare che è un’opera che noi abbiamo realizzato più di dieci anni fa».

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