IN GINOCCHIO DAVANTI A HEZBOLLAH
Dice il proverbio che una rondine non fa primavera, e il detto si applica pienamente all’atteggiamento dell’Europa nei riguardi di Hezbollah, il partito sciita libanese sponsorizzato da Iran e Siria che assiste le frange estremiste palestinesi nella pianificazione e nell’esecuzione di attentati terroristici in Israele. Il 10 marzo scorso una votazione dell’europarlamento ha invitato il Consiglio europeo a «prendere le misure necessarie» poiché «esistono prove inconfutabili» delle attività terroristiche dell’organizzazione. Tuttavia il Consiglio non appare intenzionato a prendere provvedimenti contro il partito dello sceicco Nasrallah, perché almeno cinque paesi sono strenuamente contrari: Francia, Belgio, Spagna, Grecia e Svezia. La loro opposizione si riconduce a un concetto: Hezbollah può essere accusato di terrorismo, ma è anche un ordinario partito politico, un ente di beneficenza e un protagonista della vita sociale e culturale del Libano. Per queste ragioni non può essere trattato esclusivamente come un’entità terroristica. Come facciano a sostenere una posizione del genere paesi come Spagna e Belgio, che hanno appena messo fuori legge partiti politici locali molto radicati per asseriti legami col terrorismo o semplicemente perché giudicati razzisti (Herri Batasuna e Aukera Guztiak in Spagna, il Vlaams Blok in Belgio), non è dato di capire dentro ai confini della logica aristotelica. Ma l’errore è più profondo: proprio perché Hezbollah è molto più che un’organizzazione terroristica, è necessario affrontarlo con la massima intransigenza per spingerlo su posizioni più moderate. Il dialogo in un orizzonte di legittimazione è di competenza dell’opposizione democratica libanese, che giustamente mira a trasformare il sistema politico nazionale senza passare attraverso un’altra guerra civile come quella degli anni Settanta e Ottanta. Ma il compito dell’Europa è di esercitare la sua forza per facilitare il processo, non di inginocchiarsi come al solito davanti ai violenti.
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