Giovane Chiesa in stato antiquato

Di Luigi Amicone
10 Novembre 2005
«LE ELITES NON CAPISCONO CHE IL VANGELO SI RIVOLGE AL CUORE DELL'UOMO». MONSIGNOR CARLO CAFFARRA PARLA DEL TRAVAGLIO DELLA SUA BOLOGNA E DI COME LA CATEGORIA DELLA LAICITà SIA ORMAI DA AGGIORNARE

Monsignor Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, festeggia proprio in questi giorni il decimo anniversario della sua nomina a Vescovo. Chiamato nel 1995 da Giovanni Paolo II alla guida della diocesi di Ferrara-Comacchio, poi, dal dicembre 2003, nella città di san Petronio (grande leader religioso e ricostruttore politico della città nel periodo del crollo dell’impero romano e delle scorrerie barbariche). Oggi, sulla Chiesa italiana soffiano venti tempestosi. Non piace, ad esempio, a certo laicismo dal sapore antiquario, che sacerdoti, laici, uomini e donne cattolici si incontrino e, come accade sempre più spesso, condividano con laici non credenti o credenti in altre religioni, campagne culturali e civili come quella occorsa sulla fecondazione assistita. E così, accanto a episodi di aperta intolleranza (vedi quanto accaduto a Torino, cfr. Tempi n. 44), sembra riprendere quota un certo anticlericalismo che ha come suo attuale punto di riferimento politico il nuovo partito radical-socialista di Pannella e Boselli, schierato con l’Unione e che promette di incalzare Romano Prodi sul tema della riforma del Concordato. è su questi temi che monsignor Carlo Caffarra ha accettato di concederci una breve intervista.
Eminenza, cosa ha da dire e quale pratico sostegno può essere alla vita dell’uomo di oggi, una Chiesa che è ancora formalmente rispettata, ma che nella sostanza è ritenuta sorpassata e retrograda dalla cultura dominante e dalle élites?
Non deve dire niente altro che il Vangelo di Gesù, la “Buona Notizia” riguardante Gesù e quindi l’uomo: l’uomo concreto in carne ed ossa, l’uomo comune. Mi spiego. Quand’ero Arcivescovo a Ferrara un pescatore del Delta mi disse una volta: «Sono ignorante, però le cose belle piacciono anche a me». Disse la stessa cosa, quel pescatore, che il grande Basilio di Cesarea: «Non abbiamo imparato da altri a rallegrarci della luce». Esiste nel cuore dell’uomo, anche dell’uomo di oggi in particolare, un desiderio di piena ed eterna beatitudine, che non è un sentimento irrazionale o addirittura vano, privo cioè del suo oggetto. È al “cuore dell’uomo” («Parlate al cuore di Gerusalemme, e ditele che la sua prigionia è finita», Isaia) che la Chiesa si rivolge per dirgli che se vuole comprendere se stesso fino in fondo e trovare l’acqua che sazi la sete del suo desiderio, deve con tutto se stesso – i suoi affetti, il suo lavoro, la sua fragilità, il suo peccato – avvicinarsi a Cristo, entrare nella sua amicizia. È la possibilità di questa amicizia il sostegno pratico che la Chiesa offre all’uomo. La cultura dominante, le cosidette “élites”, sembrano non sfiorare neppure il problema che l’uomo è a se stesso, rendersi conto della verità di ciò che Agostino diceva di se stesso (e di ogni uomo): «Sono diventato a me stesso una grande questione e una terra di grande sudore». E lo diceva perché gli era morto l’amico più caro. Sì, perché è la morte delle persone amate che mette in questione tutto. Solo Cristo ha la forza di dire ad una vedova che porta alla tomba il suo figlio unico: «Donna, non piangere più».
Detto questo, portando cioè, al “cuore” dell’uomo il Vangelo, non tocca a noi verificarne l’efficacia: è un mistero che riguarda Dio e la persona.
Il suo predecessore, Giacomo Biffi, una volta definì Bologna una città «sazia e disperata». La sua esperienza cosa le suggerisce, conferma o smentita di quel giudizio?
Le devo dire che quanto più passa il tempo e tanto più amo questa città davvero unica: per la sua tradizione culturale, per la sua arte, per la sua carità. Ma non mi nascondo che sta vivendo un momento di grande travaglio, come penso ogni grande metropoli occidentale. Si tratta infatti di trovare una risposta vera a problemi inediti: presenza massiccia di immigrati; dissoluzione dei legami sociali originari; giovani che guardano più con timore che speranza il loro futuro.
Ho parlato di “travaglio”. Nel senso che la nostra città ha la possibilità di trovare nella sua grande tradizione cristiana e civile risposte adeguate. Questa possibilità sarà messa in atto o tradita? Da questo dipende la qualità del nostro futuro. Nell’omelia della Dedicazione della Cattedrale e del mio decimo anniversario dicevo che abbiamo anche oggi bisogno di uomini capaci di costruire al contempo il Tempio e l’Università e il Municipio, perché le persone non devono convivere solo per ricavare denaro le une dalle altre, ma per condividere lo stesso destino nella verità e nel bene.
Ma perché, secondo lei, tanta irritazione fino all’intimidazione (pensi a certo anticlericalismo ideologico in sedi internazionali o all’azione di minoranze ultrapoliticizzate e anticoncordatarie) nei confronti di persone, simboli e istituzioni della Chiesa cattolica?
Me lo chiedo anch’io. Penso che non ci si renda conto che l’idea di laicità finora usata sia insufficiente. Essa è nata in un contesto storico, per rispondere a domande, che non sono più quelle attuali. Sarebbe certamente una grave stoltezza il voler “ritornare indietro”, cancellando semplicemente un’esperienza storica. Il nostro compito culturale oggi è quello di ripensare quell’idea, di riformularla in un modo più adeguato alle situazioni e ai contesti di oggi. Non riesco a capire perché persone per altro culturalmente preparate, non si rendano conto che questo oggi è il problema.
La gente è sempre più religiosa pubblicamente, nel bene come nel male (fondamentalismi vari). Autori che non possono certamente qualificarsi come transfughi dal pensiero liberale, sollevano la questione della necessità di riscrivere, di ripensare la nozione di laicità, e ci dicono che siamo in un’era post-secolare. Pensare che il tutto si debba ancora risolvere nella separazione tra religione e vita pubblica chiudendo la fede nel privato della coscienza, significa – mi sembra – non comprendere che cosa sta accadendo. La cultura della sola separazione mi sembra obsoleta. Ho affrontato questa tematica nell’omelia della Solennità di san Petronio, patrono della città e della diocesi bolognese.
Però ci sono anche preti che marciano in testa ai cortei, altri che predicano sull’unità d’Italia, altri ancora che si dolgono perché la Chiesa non recepisce determinate istanze di progresso (per esempio in materia sessuale) e di organizzazione democratica. Insomma, non trova che anche nella Chiesa ci sia un po’ di incertezza, conflitto, confusione?
Già san Paolo metteva in guardia i cristiani dall’essere portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina (cf. Ef 4,14); come vede è un’insidia antica. Però il Signore ci ha donato la successione petrina come punto di riferimento decisivo. L’affetto profondo con cui Benedetto XVI è stato ed è sempre più accolto dal popolo cristiano sta ad indicare che esso sa chi guardare.

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