Giovani d’oggi di ieri
Eccomi qua. Contenti? Come sarebbe chi sono? Ma come, non mi riconoscete? Sono un giovane d’oggi: ehm, cioè, di ieri. Diciamo meglio: ieri ero un giovane d’oggi. Ieri intendo una quarantina d’anni fa. Be’, quarant’anni fa quando dicevano “i giovani d’oggi” parlavano anche di me. Avete presente la canzone di Morandi?
C’è un grande prato verde
Dove nascono speranze
Che si chiamano ragazzi
Ecco, diciamo che su quel prato c’ero anch’io. Ce ne stavamo tutti su quel prato, pronti a partire per cambiare il mondo. Non subito subito. Prima c’era il sesso da scoprire, io amo te tu ami me noi ci vogliamo bene che male c’è. Eravamo ragazzi, avevamo gli ormoni, diosanto. Però non è che pensavamo di starcene per sempre su quel prato: giusto il tempo di fare le scop… erte essenziali e poi via, a cambiare il mondo.
A proposito. Io sono qui per annunciarvi senza tanti giri di parole che a cambiare il mondo non ci siamo riusciti. C’abbiamo provato, come no. Ma ci è andata buca. Quindi se voi per caso eravate ancora lì a pensare che noi ce ne stavamo in giro per il mondo – sempre belli giovani e ormonali – a cambiare di qua e di là, e che un giorno vi sarebbe arrivato a casa un bel pacchetto con dentro un mondo migliore, be’, mettetevi il cuore in pace: non ci sarà nessun pacchetto. Il mondo migliore, se proprio lo volete, dovrete farvelo da soli.
Il fatto è – e prima di mettervi a fare un mondo migliore sarebbe meglio che apriste quelle belle orecchine e mi ascoltaste bene bene – il fatto è che fare un mondo migliore costa: e costa un fracco di soldi, anche. Non avete un’idea di quanti soldi ci vogliano per costruire un mondo migliore. Ma tanti, tanti, tanti. Naturalmente intendo un mondo decisamente migliore, non migliore e basta. Non sono così stupido. Già aiutare una vecchietta ad attraversare la strada è un piccolo miglioramento. Ai giapponesi non gliene frega niente se tu a Bareggio o a Corsico aiuti questa vecchietta, però è sempre qualcosa.
E poi chi se ne frega della vecchietta? Al diavolo le vecchiette. Ci pensino gli scouts, che esistevano prima dei giovani d’oggi, e che sul grande prato verde avrebbero piantato qualche tenda, acceso un falò e poi tutti a esplorare i dintorni. Naaah, abbasso gli scouts. Noi giovani d’oggi di ieri eravamo venuti al mondo per fare cose più grosse, più importanti.
Ma, vedete?, le cose più importanti costano da matti. Investire in un mondo migliore. Andatelo a dire alle banche, alle società finanziarie, fate la prova, va’, così fate qualcosa anche voi. Voi entrate nella sede centrale di una banca e dite: voglio parlare col presidente di questa banca. Ok? è molto difficile che ci riusciate, ma se per caso ci riuscite provate a dirgli: tu, quanto mi dai per un mondo migliore?
Sapete cosa vi risponderà? Vi risponderà così: Amico, vi dirà, tu non sai quanto mi frutta a me questo mondo qui. Io, vi dirà, da questo mondo di merda ci guadagno una barca di denaro, lo reinvesto e lo faccio fruttare. Ora dimmi. Che garanzie mi dai, tu, che il finanziamento che mi chiedi mi porti, alla fine della fiera, un frutto migliore? Perché, vi domanderà, dovrei lasciare i profitti che mi dà la gestione delle cose presenti in vista di un guadagno soltanto possibile? Non rispondi, eh, pisquano? Quindi, vi dirà, devi aspettare che il mondo così com’è si sfasci completamente e che io resti in braghe di tela. Forse allora la causa di un mondo migliore potrebbe interessare anche a me. Con il piccolo particolare, e qui concluderà il suo discorso, che a quel tempo io non avrò più un soldo, e che sarai tu quello che mi dovrà finanziare, mica io a te.
In definitiva: in quarant’anni noi giovani d’oggi di ieri abbiamo imparato questo: che non ci sono margini per fare un mondo migliore. è un problema di margini. Non ci si sta dentro, inutile.
Ma ma ma, nonostante il sostanziale fallimento della nostra impresa, noi giovani d’oggi di ieri abbiamo ugualmente una consegna da farvi. Perché in effetti non tutto è andato storto dell’antico progetto. Molto, ma non tutto. Quasi tutto, ma non tutto. La nostra generazione, tanto per dirne una, ha prodotto “Imagine”. Dite poco? Abbiamo innescato il moto perpetuo dell’utopia, capite? No, eh? C’era da aspettarselo. Be’, allora ascoltatemi bene, testoni. Noi abbiamo avuto un fior di utopia, d’accordo. Abbiamo provato a metterla in pratica, ok? E non ci siamo riusciti, e questo va be’. Ma questa in un certo senso è la cosa meno importante, capite?
L’importante dell’utopia è che rimanga lì, in testa. Tu sai che non si realizzerà mai, però intanto ce l’hai in testa.
In questo noi, giovani d’oggi di ieri, non abbiamo fallito. Anzi. Come potete vedere io non sono affatto povero, e tutti più o meno ce la passiamo bene. A parte quelli che sono morti, s’intende. O certi pazzi che se ne sono andati dio sa dove. Ma noi giovani medi d’oggi di ieri, noi che eravamo nella media, noi di livello standard, che poi è il migliore, ecco: noi abbiamo constatato che le utopie si possono vendere, e che questo sì lo si può proporre a un banchiere senza sentirsi dare dei pisquani.
Quelli non sono mica scemi. Entrate nella sede di una banca e chiedete del presidente. E nel caso (molto difficile) che riusciate a sedervi davanti a lui, proponetegli una bella utopia, di quelle giuste. Da vendere. Su questo punto lui vi ascolterà con interesse, perché, vedete, c’è una cosa strana: chi maneggia i soldi, anche se non ha mai avuto nessuna utopia nella testa, in queste cose ci capisce che è una bellezza. Lui lo sa prima e meglio di voi che, una volta piazzata un’utopia (lasciate perdere la sua realizzazione, non pensateci più, per favore) una volta venduta un’utopia, be’: si potrà vendere un sacco di altre cose: libri, oggetti, gadgets. Dall’arredamento della tua casa nello stile di quell’utopia ai parchi tematici, che sono una risorsa per il turismo di domani; dall’inaugurazione di un nuovo genere musicale a una nuova linea di cosmetici e di abbigliamento. E l’alimentazione? E l’educazione dei figli? Ma basta così.
Perché l’utopia – io non so perché ma so che è così – l’utopia dispone le persone a… a comprare. A spendere soldi. Soldi, soldi, soldi. L’uomo utopico non bada a spese. E questo fa bene all’economia, perché, come si dice, crea il giro. è quella specie di inquietudine, quella febbriciattola, capite?, che ti fa essere in un posto e intanto tu vorresti essere in un altro, che ti fa avere una cosa e subito tu vorresti averne un’altra. E allora tu compri, compri, compri, come un matto. Qualunque cosa, qualunque cosa. Alla fine ti va bene anche una merda, non scherzo.
E non ti accorgi più che stai mangiando merda, e dici che ti piace, che non hai mangiato mai niente di così buono. (…)
Un bel cambiamento, vi pare? Non so se in meglio, ma io credo di sì. Non avrei mai pensato di fare tanti soldi con la rivoluzione. E francamente, adesso che ho cinquantacinque anni, vi confesserò: se la rivoluzione avesse vinto non so se sarei così ricco.
Ma questi sono falsi problemi. La rivoluzione ha vinto, ed è stata esattamente quello che voleva essere. Per questo i giovani d’oggi siamo sempre noi. Fateci caso. Oggi nessuno dice “i giovani d’oggi”. Lo si diceva quarant’anni fa, non adesso. Quello è un appellativo che spetta e spetterà sempre soltanto a noi.
Addio!
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!