Giri di valzer balcanici

Di Rodolfo Casadei
08 Marzo 2007
Si confida in una Ue impotente Dopo un anno di negoziati surreali l'inviato dell'Onu presenta una proposta di soluzione. Digerita dai kosovari e rigettata dalla Serbia

Vienna
L’Hotel Wandl, dove alloggia buona parte della delegazione serba ai negoziati di Vienna sul Kosovo, dista appena 8 minuti a piedi dall’Hotel Sas Radisson Style dove alloggia praticamente l’intera delegazione kosovara albanese. Si attraversa lo splendido ovale della Michaelerplatz, si gira a sinistra e si procede fino a quando si scorge la cupola verde della Peterskirche, la seconda più bella chiesa barocca di Vienna. E lì si scopre che la distanza è enormemente più grande: si direbbero 8 anni luce; come 8 è il numero degli anni trascorsi dalla guerra del 1999 e dall’inizio dell’amministrazione Onu del territorio.

Il rosario delle recriminazioni
«La Serbia non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo implicita nella proposta Ahtisaari: è una violazione del diritto internazionale. Vogliamo un compromesso, siamo disposti a riconoscere la piena autonomia del Kosovo e l’autogoverno dei kosovari di etnia albanese là dove sono maggioritari, ma nessuno può immaginare di umiliare la Serbia strappandole la sovranità su di una sua regione». Dusan Batakovic, consigliere personale del presidente Tadic al tavolo dei negoziati, è un diplomatico e uno storico. Sul Kosovo ha scritto una ventina di libri che sono pietre miliari dell’ideologia serba in proposito. È un po’ sorpreso che un giornalista occidentale gli dia retta quando sgrana il rosario delle recriminazioni serbe: «Il 60 per cento dei serbi che vivevano in Kosovo prima della guerra sono ancora sfollati o profughi nei paesi vicini; di 1.300 civili non si hanno più notizie dal 1999; 40 mila case ed edifici di loro proprietà risultano distrutti o occupati; 149 chiese e monumenti storici sono stati distrutti dagli estremisti di etnia albanese. Nessun serbo oggi può muoversi liberamente nel territorio kosovaro, le truppe della Nato devono difendere le nostre comunità armi alla mano. Le condizioni di vita nelle municipalità a maggioranza serba sono deplorevoli».
«I serbi dovrebbero tenere a mente che le conseguenze post-belliche di cui si lamentano sono colpa loro. Da sette anni lavoriamo d’intesa con la comunità internazionale per far tornare profughi e sfollati e integrarli nella nuova società kosovara multietnica. A boicottare gli sforzi e a spingere i serbi kosovari a rifiutare l’integrazione è proprio Belgrado. Per il resto, l’unico compromesso possibile sullo statuto del Kosovo è il riconoscimento della nostra indipendenza. Abbiamo fatto parte dell’ex Jugoslavia. Tutte le altre componenti se ne sono andate e hanno lasciato i serbi da soli. Perché noi non dovremmo fare la stessa cosa? Tenendo conto che nel nostro caso la Nato e la comunità internazionale sono dovute intervenire contro la pulizia etnica e il genocidio». Lufti Haziri non ha ancora compiuto 38 anni, ma è vice primo ministro del governo del Kosovo, probabilmente il più giovane d’Europa. Aggiunge un dettaglio che spiega molte cose: «Ci siamo incontrati qui a Vienna per un anno, ma noi e i serbi non ci siamo mai parlati direttamente: anche nelle sessioni plenarie, quando eravamo tutti riuniti nella stessa sala, il dialogo era sempre “triangolato” attraverso il team dell’inviato speciale delle Nazioni Unite».
Proprio così. Quando, fra un paio di giorni, l’inviato speciale dell’Onu incaricato di elaborare la proposta per lo status definitivo del Kosovo Martti Ahtisaari consegnerà nelle mani delle massime autorità delle due parti la versione definitiva del suo piano (oltre che in quelle del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e dei paesi del cosiddetto gruppo di contatto), riunirà ancora una volta attorno a un tavolo gente che è stata capace di portare a termine 16 round di negoziati senza mai parlarsi direttamente. Non è difficile pronosticare cosa dirà il piano circa lo status finale del Kosovo e come le due delegazioni reagiranno all’atto finale della missione dell’ex presidente finlandese. Ahtisaari proporrà per il Kosovo lo status di paese indipendente sotto supervisione internazionale, i serbi rigetteranno le conclusioni con indignazione mentre i kosovari albanesi si adegueranno: avrebbero preferito l’indipendenza piena, ma pur di potersi staccare formalmente dalla Serbia accetteranno anche l’indipendenza limitata.
Ahtisaari proporrà che il Kosovo abbia un governo, un parlamento, una costituzione, una bandiera e un inno, la facoltà di firmare trattati internazionali e di chiedere di poter aderire ad organismi multilaterali. Tuttavia le forze armate del Kosovo non potranno superare le 3.200 unità e non potranno disporre di armi pesanti, mentre la presenza militare della Nato perdurerà fino a una data non precisata e un Rappresentante internazionale civile nominato dall’Unione Europea (Ue) sostituirà il governatore Onu e avrà il potere di delegittimare i provvedimenti del governo.

Chi comanda?
Poi ci sono le tutele per le minoranze: un sistema di quote garantisce la loro rappresentanza in parlamento e nel sistema giudiziario, l’uso della loro lingua, un diritto di veto sulla legislazione riguardante “aree di speciale interesse” del gruppo etnico minoritario, la creazione di nuove municipalità a maggioranza serba, la concessione di privilegi e immunità alla Chiesa serba ortodossa in Kosovo, compresa la creazione di 45 aree di rispetto attorno a monumenti e monasteri. I serbi però si mostrano ampiamente insoddisfatti: «La verità» dice Batakovic «è che il 50-60 per cento del piano Ahtisaari non è mai stato discusso durante i negoziati e che la maggior parte delle nostre proposte di miglioramento sono state respinte. La questione della sicurezza dei serbi non è stata adeguatamente affrontata; solo il 20-25 per cento delle nostre richieste in materia di patrimonio religioso e storico è stato accolto e le aree di rispetto non sono veramente tali; per la scelta dei libri di testo nelle scuole in lingua serba è richiesta l’autorizzazione di Pristina; nella Corte costituzionale non è prevista esplicitamente la presenza di un numero fisso di giudici serbi. Ma soprattutto sono state respinte le nostre richieste in materia di competenze e confini dei municipi serbi. Noi chiedevamo legami senza restrizioni con la Serbia, nuovi confini e la possibilità di creare un’entità serba in Kosovo attraverso l’associazione dei municipi. Ci sono stati concessi municipi non sostenibili economicamente, con competenze insufficienti, che devono chiedere l’autorizzazione a Pristina per ricevere finanziamenti dalla Serbia e soprattutto non possono costituirsi in un’entità che si autogoverna». «Due terzi dell’intero testo di Ahtisaari riguardano i diritti delle minoranze etniche in Kosovo», replica Lufti Haziri, che è anche ministro per i governi locali. «Abbiamo offerto la creazione di 6 nuove municipalità che si vanno ad aggiungere alle 5 già esistenti; a questo punto il 92 per cento dei serbi residenti in Kosovo si autoamministreranno attraverso governi locali. Non c’è nessuna ragione per chiedere la creazione di due entità amministrative etniche separate in Kosovo: questo alimenterebbe solo la divisione delle comunità. Belgrado continua a fare proposte irragionevoli che avrebbero solo il risultato di creare istituzioni disfunzionali».

Tutti pazzi per l’Unione Europea
Sia come sia, lo status finale del Kosovo e l’attuazione effettiva della proposta Ahtisaari non la decideranno né Ahtisaari stesso, né i serbi, né i kosovari, bensì il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che potrebbe anche cestinare tutto il lavoro dell’ex presidente finlandese. A Batakovic brillano gli occhi: «Non credo proprio che il testo che sta per uscire, e che non avrà il nostro consenso, supererà l’esame del Consiglio di Sicurezza. Avete visto cosa ha dichiarato il ministro della Difesa russo Ivanov?». Al vertice della Nato di Siviglia del 9 febbraio il ministro russo ha messo in guardia dalla possibilità che si apra «il vaso di Pandora» delle rivendicazioni secessioniste in Europa e nello spazio post-sovietico qualora venga riconosciuta l’indipendenza del Kosovo. Per alimentare le inquietudini i serbi a Vienna hanno distribuito ai giornalisti una mappa d’Europa con i “potenziali Stati indipendenti” che potrebbero chiedere di vedersi trattati come i kosovari in caso di riconoscimento delle richieste di questi ultimi. Haziri mantiene il suo sangue freddo davanti a questa offensiva: «Sin dal 1999 i russi si sono mostrati collaborativi sulla questione kosovara all’interno del gruppo di contatto. Apprezziamo il ruolo che la Russia ha svolto fino ad oggi e la invitiamo a sostenere la proposta che uscirà dalle mani dell’inviato speciale. Dopo 17 anni di conflitto oggi abbiamo l’opportunità di risolvere definitivamente il problema, e non dobbiamo cedere ai tentativi serbi di ritardare ancora tutto il processo».
Su un solo punto serbi e kosovari albanesi sono d’accordo: nel salutare con soddisfazione le prospettate accresciute responsabilità della Ue nella regione. «L’Europa è benvenuta da parte nostra, ma dovrebbe fare il suo ingresso sulla base di accordi migliori, che abbiano anche la nostra approvazione», dice Batakovic. «Non vediamo alternative: vogliamo che Serbia e Kosovo restino insieme e insieme facciano il loro ingresso nell’Ue». «Non ci dispiace che una presenza internazionale resti in Kosovo», dichiara Haziri. «L’esperienza europea ci sarà utile in termini di capacity building delle istituzioni». I nemici giurati vogliono l’Europa nei Balcani. Poveri illusi? Il processo di indipendenza parziale del Kosovo è la più grande occasione data all’Europa per dimostrare di esistere. O per cominciare ad esistere.

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