Giudizio
Craxi-Kohl-Andreotti dopo i fatti politico-giudiziari. Dai loro processi morali a scenario giuridico è nata l’espressione “Attendiamo serenamente il giudizio della magistratura”. Bene la serenità. Ma non l’attendere. Io attendo solo il giudizio universale e solo perché attualmente qualcosa mi sfugge: serenamente perché è l’unico giudizio che non temo. Ma quanto alla magistratura – salva la funzione istituzionale – non attendo, posti i mezzi per formarmi un giudizio. Eccone la ragione. La differenza tra magistrato e me è tra genere e specie: non è nel giudizio (del tipo: innocente o colpevole) ossia nel genere: il giudizio del magistrato ha lo stesso valore, la stessa natura logico-pratica, del mio. Lui differisce solo nella specie: la specie “magistrato” deriva dal conferimento di un potere pubblico (esempio: mandare in prigione) che al mio giudizio non è conferito. In latino, la differenza è nella “potestas” (potere pubblico), non nell’“auctoritas” (autorevolezza pubblica del giudizio). La maledetta “questione morale” ha avuto due conseguenze: quella di censurare la nostra “auctoritas”, fino alla paralisi nell’attesa del magistrato; e quella di censurare le idee – questione di fatto: se davvero le avevano – di Craxi, Kohl, Andreotti e altri, ossia di cittadini che hanno fatto e detto la loro.
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