Giustizia per il popolo khmer

Di Rodolfo Casadei
13 Luglio 2006
Comincia il processo ai responsabili del genocidio in Cambogia. Dice Ong Thong Hoeung:«Qui stato di diritto e democrazia non esistono, ma è indispensabile che siano giudicati»

Il 3 luglio scorso a Phnom Penh hanno prestato giuramento i giudici incaricati di istruire il processo contro i responsabili dei crimini compiuti durante il regime dei Khmer rossi in Cambogia (1975-79). Il procedimento giudiziario si svolgerà sulla base di un accordo fra il governo cambogiano, che ha nominato 17 giudici, e le Nazioni Unite che ne hanno forniti altri 10 e pagheranno la maggior parte delle spese. Su questo evento di portata storica abbiamo intervistato Ong Thong Hoeung, l’autore del libro Ho creduto nei khmer rossi che è sopravvissuto a quattro anni di campo di rieducazione e che fu invitato da Tempi a parlare al Meeting di Rimini nel 2004.
Lei è appena tornato da una missione di un mese in Cambogia. Quali sono i sentimenti del popolo cambogiano riguardo al processo che sta per cominciare?
Nel complesso i cambogiani sono favorevoli a questo processo, ma ci sono importanti differenze. Nelle campagne, dove vive l’80 per cento del popolo e la gente è poverissima, molte persone non hanno altro orizzonte che la lotta quotidiana per la sopravvivenza. Non esistono scuole e non esiste un sistema sanitario. Queste persone, con le quali ho trascorso la maggior parte del mio tempo, non hanno alcuna opinione circa il processo. Nelle città, invece, la popolazione è massicciamente favorevole all’azione del tribunale che è stato costituito.
Pensa che il processo farà infine giustizia?
Il processo è necessario, perché in Cambogia sono state fatte morire due milioni di persone, e fino ad oggi abbiamo le vittime ma non abbiamo gli assassini. Pol Pot stesso, quando era ancora in vita, si è dichiarato responsabile della morte di 40 mila cambogiani. Quando è morto, un certo numero di persone hanno affermato che il colpevole di tutto era stato lui. A questo non ci sto: i cambogiani e l’umanità tutta intera hanno il diritto di sapere chi ha fatto cosa, perché tanta gente è stata assassinata al tempo dei Khmer rossi. Questo è molto importante anche se la giustizia cambogiana non è all’altezza della sfida, anche se in Cambogia lo Stato di diritto non esiste e non abbiamo fiducia nel sistema giudiziario, Il processo è necessario perché altrimenti tutto sarà dimenticato e le generazioni future non sapranno cosa è accaduto veramente. Sarà resa giustizia? Non lo so, ma di una cosa sono certo: bisogna processare i Khmer rossi. Bisogna mobilitare l’opinione pubblica nazionale ed internazionale perché sia reso il massimo di giustizia possibile.
I fatti che saranno giudicati sono accaduti quasi trent’anni fa. Perché tanto tempo per arrivare al processo?
Perché, nonostante i massicci aiuti internazionali, in Cambogia non esiste ancora uno Stato di diritto. E perché molte delle persone che oggi ricoprono alti incarichi di governo hanno fatto parte dell’apparato dei Khmer rossi. Queste persone non hanno interesse a che sia fatta giustizia, perché dovrebbero parlare del loro passato e sanno di non avere le mani pulite. Poi c’è stato il problema della Cina, che era sostenitrice di Pol Pot e che per molti anni ha ostacolato il progetto di una Corte che giudicasse quei delitti. Comunque, meglio tardi che mai. Ora è necessaria una grande mobilitazione internazionale perché il procedimento giudiziario si svolga nelle migliori condizioni possibili. Questo dipende dal governo cambogiano e dall’Onu, ma soprattutto dipende da ciascuno di noi che siamo parte della società civile e dei media. Nella storia della Cambogia questa è la prima volta che si istituisce un tribunale per giudicare dei dirigenti dello Stato colpevoli di crimini contro l’umanità. Da sempre nella storia della Cambogia quando i grandi ed i potenti fanno del male al popolo, non c’è nessuno che insorge. è sempre successo che i piccoli fossero le vittime e che i grandi se la cavassero. Non so se questo ciclo infernale finirà, ma credo che sia molto importante far vedere al popolo cambogiano che un dirigente dello Stato che ha fatto del male agli innocenti dovrà prima o poi comparire davanti alla giustizia a rispondere di quello che ha fatto.
Ci sono solo due persone in prigione per i crimini dei Khmer rossi. Chi altro dovrebbe apparire sul banco degli imputati?
Anzitutto Ieng Sary, l’ex ministro degli esteri del Pol Pot, che considero uno dei grandi responsabili del regime. Poi Nuon Chea, che era il numero due della nomenklatura e che penso sia stato il più grande criminale di tutti i tempi, era quello che firmava gli ordini per far massacrare la gente. Oggi vive tranquillamente nella città di Pailin. Il terzo è Khieu Samphan, capo dello Stato a quel tempo: vogliamo saper quello che ha fatto. Se il tribunale potrà funzionare normalmente, molte altre persone potranno essere chiamate a comparire, perché ci sono prove su molti. Ma tutto questo dipende dal coraggio dei giudici delle Nazioni Unite, degli avvocati, dei cambogiani. Tutti quelli che in questi anni hanno lavorato perché si arrivasse al processo dovranno farsi sentire, per creare il clima che costringa a chiamare in giudizio i responsabili e a farli parlare.
Si arriverà alla loro incriminazione?
Per Nuon Chea, che firmava le condanne a morte, e per Ieng Sary le prove ci sono. Per Khieu Samphan non posso dire.
Molti osservatori internazionali accusano il sistema giudiziario cambogiano di incompetenza e di mancanza di indipendenza dall’esecutivo. Mi pare che lei sia della stessa opinione.
Sì, gli osservatori internazionali hanno ragione di preoccuparsi per la mancanza di credibilità e di trasparenza del sistema giudiziario cambogiano. Anche noi cambogiani diciamo che non c’è giustizia in Cambogia, perché il sistema giudiziario è infeudato al potere politico. Chi ha soldi e potere può sempre comprare i giudici, il nostro è uno dei peggiori sistemi che esistano. Questo lo sanno tutti, compresa l’Onu e i diplomatici stranieri a Phnom Penh. Ma quel che speriamo è che, grazie alla presenza costante di osservatori e media internazionali durante il processo, le cose si facciano seriamente. è vero, i giudici nominati dal governo cambogiano sono tutti più o meno membri del partito al potere, perciò è difficile aver fiducia in un sistema simile. Ma, lo ripeto, meglio questo tribunale che niente: non possiamo più rinviare. Non possiamo attendere altri 20-30 anni, perché allora non avremo più né testimoni né imputati: i dirigenti Khmer rossi hanno fra i 70 e gli 80 anni. Se aspettiamo ancora, non ci sarà più nessuno da giudicare, e questo sarà un danno per la Cambogia e per l’umanità tutta intera.
Cosa può fare la comunità internazionale per aiutare la vostra evoluzione democratica?
I paesi occidentali possono ancora fare molto, perché il 50 per cento degli aiuti internazionali alla Cambogia provengono da loro. Devono obbligare il governo cambogiano a rispettare i suoi impegni. Ma bisogna riconoscere che, per cecità o per pigrizia, non lo stanno facendo. Nelle campagne in questi 30 anni c’è stato un baby boom, ma questi giovani non hanno ricevuto nessuna formazione, vengono tutti in città a cercare lavoro ma trovano solo un posto nel settore tessile, oppure nulla. La Cambogia ha sprecato 30 anni della sua storia trascurando di dare una formazione ai suoi figli. Perché non sono le materie prime, non sono le ricchezze naturali che fanno prosperare un paese, ma i cervelli. Quel che manca in Cambogia sono i cervelli, l’intelligenza umana, le risorse umane. Nonostante le nostre risorse viviamo sempre peggio perché non c’è educazione. Quando non c’è educazione resta spazio solo per la corruzione.

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