Giustizia: riforma subito e Sofri libero
Premesso che a nessuno dovrebbero sfuggire il Buttafuoco misericordioso (“Girotondo intorno all’odio”, Il Foglio, 7.2.2004, p. III), il diario di Giancarla Arpinati sulla giustizia partigiana (“Papà è caduto subito”, Corriere della Sera, 7.2.2004, p. 35) e la sostanza dello sciopero della giustizia (i Bruti Liberati vogliono farsi partito, vogliono prevaricare il Parlamento, non vogliono studiare ma vogliono mantenere la fama di giusti e non pagar mai dazio anche quando sbagliano di brutto, ci mettono dieci anni a scrivere teoremi e, sul modello Caselli, a perdere processi). Premesso che in Italia di imputato ce n’è Uno, tutti gli altri son nessuno (e pure se stermini la famiglia o ti mangi il tuo compagno di merende finisce che la colpa è della società consumistico-berlusconiana, ti prendi qualche annetto e poi ti liberano con tanti bigliettini d’auguri ai tuoi compagni di cella che magari son dentro da vent’anni ma non hanno l’avvocato giusto). Premesso che non abbiamo fiducia in questa giustizia (e non perché ce l’abbiamo con la disgrazia d’essere segretari dell’Anm, ma perché sappiamo in che Paese viviamo e perché, come ha scritto Pasolini, «c’è da avere paura di questa magistratura»). Premesso che questa sfiducia ci deriva da traumi giovanili e traumi anche un po’ più recenti (e non perché ce l’abbiamo con la disgrazia di essere magistrati segretari dell’Anm, ma se uno a vent’anni viene sprangato dal comitato antifascista e lui non c’entra niente neanche coi fascisti, passava solo di là, lo hanno riempito di botte e poi il magistrato istruttore gli ha consigliato di ritirare la denuncia altrimenti tutto sarebbe finito in processo “per rissa”; e se poi uno a quarant’anni finisce in galera per Tangentopoli e poi ne passano altri dieci prima di essere assolto in tutti i processi; e se poi adesso sente dire da un segretario magistrato, in seguito dimissionario, che qui «c’è il rischio della fascistizzazione della giustizia», beh, un po’ di premesse uno se le porta addosso).
Premesso tutto ciò, noi la legge Boato la sottoscriviamo in toto.
Subito la legge Boato, subito la riforma Castelli, subito la museruola sulla bocca di quei magistrati che ci han messo nei guai con una strisciante guerra civile che non ha precedenti nella storia d’Italia e che ha causato quella crisi di governabilità che ha impoverito l’Italia più dell’euro. E subito “Sofri libero”. Perché? Perché quello di Sofri è il caso che fa per tutti. Sofri non è innocente, Sofri è colpevole come è stata colpevole tutta una élite di istigatori all’odio e alla violenza. Ma la nostra certezza morale di gente che non solo conosce Sofri, ma ha conosciuto le spranghe di Lc, è che Sofri non può aver materialmente ordinato a nessuno di ammazzare il commissario Calabresi semplicemente perché non c’è mai stato un ordine nel terrorismo degli anni ’70, ma solo una grande, diffusa e terribile “educazione” che a chiunque poteva dare il diritto a emettere la “sentenza necessaria”, a “colpirne uno per educarne cento”, all’“eliminare il simbolo non la persona”. Assumendosi l’onere di tutto ciò che è stata la “cultura politica” degli anni ‘70, Sofri ha preso su di sé le responsabilità degli slogan che rieccheggiavano su tutte le piazze d’Italia (ricordate il “fascista, basco nero il tuo posto è al cimitero”?), ma non ha voluto abbandonare nessuno dei figli di quella digraziata stagione. Uno di questi se l’è cantata? Succede. Anche i figli certe volte confondono i ricordi per fare dispiacere ai propri genitori. Perciò, ben venga la libertà per Sofri, ben venga fuori di galera un uomo che conosce sulla propria pelle cos’è il cancro della giustizia ideologizzata. Ben venga a ritrovar le stelle un leader di sinistra di cui la sinistra ha bisogno per ritrovare la Trebisonda. La Trebisonda, sì, città di un celebre faro sul Mar Nero, e metafora, sì, di ciò che oggi manca a certa opposizione per fuoriuscire dalla “cultura politica” di “toghetta nera”.
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