Giustizia spettacolo.
La casta dei giudici italiani, dopo aver fallito quindici anni quella rivoluzione che avrebbe dovuto rivoltare l’Italia come un calzino, ci riprova oggi rivoltandola come un paio di mutande. E non si pensi solo al corrucciato voyeurismo di un pm di Potenza che, in una terra di mafia e criminalità diffusa, impiega il suo tempo tra le lenzuola di valletti e veline, ma anche a quel sostituto procuratore di Milano che ha chiesto cinque anni per Silvio Berlusconi per l’affare Sme. O a quel suo collega che ha trovato un nesso tra il modo di agire «della Cia e quello delle Br». O a quei solerti impiegati della procura di Roma che si sono sollazzati a chiedere l’ergastolo per qualche ottantenne generale argentino (sì, argentino). La storia si ripete sempre due volte: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa. Ma nel caso della giustizia italiana andrebbe chiosato che la terza ripetizione ha ormai sconfinato nel reality: la richiesta di rinvio a giudizio è diventata una nomination, l’interrogatorio una chiacchierata davanti alle telecamere del confessionale, il tribunale una casa del Grande Fratello senza mobili Ikea. Così, mentre i giudici si beano nel rivedersi ritratti sulle pagine dei quotidiani nella sezione “Giustizia e spettacolo” accanto a qualche coscialunga o a qualche potente, rimane da registrare la battuta che gira tra i rappresentanti delle forze dell’ordine: «Che li pigliamo a fare i criminali comuni? Cinque minuti e quelli li rimettono in libertà».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!