Giusto processo per Al-Qaeda?

Di Lorenzo Albacete
22 Novembre 2001
Anche questa settimana, a New York, le notizie continuano ad essere dominate dalla guerra contro il terrorismo.

Anche questa settimana, a New York, le notizie continuano ad essere dominate dalla guerra contro il terrorismo. La settimana scorsa i sondaggi mostravano un’America sempre più preoccupata dalla mancanza di risultati positivi in Afghanistan mentre “i falchi della guerra” chiedevano l’abbandono di ogni cautela diplomatica e il massiccio impiego delle forze di terra. Poi, quasi improvvisamente, tutto è sembrato risolversi, coi talebani che si arrendevano o arretravano regione dopo regione e i commentatori di New York Times e Washington Post sorpresi nel constatare che «la guerra funziona, dopo tutto» (com’era intitolato un pezzo del Times). Gli americani naturalmente sono felici di questi risultati e orgogliosi della capacità delle proprie forze armate. Tuttavia sono anche pienamente consapevoli che i pericoli per la sicurezza nazionale sono assai lontani dal venire risolti. Le discussioni della settimana passata fanno pensare che molti comincino a rendersi conto che il termine “guerra” impiegato dal Governo vada inteso nel suo senso letterale, non in senso metaforico, come la “guerra contro la droga” o “la guerra alla povertà”. Liberal e libertarian hanno espresso la propria preoccupazione per la riduzione delle libertà civili determinata dalle attuali “misure di sicurezza in periodo di guerra” disposte da Bush. Il Presidente ha fatto appello ad un approccio che mantiene, almeno in apparenza, valide radici costituzionali, ma queste misure cominciano a preoccupare gli osservatori e i principali opinionisti. Un allarmato William Safire, editorialista conservatore, ha condannato il grosso sbaglio del Presidente che minaccia di violare alcuni di quei principi di libertà per i quali si presume gli Stati Uniti stiano combattendo. Il Presidente – ha scritto Safire – ha assunto poteri dittatoriali. Si riferiva ai “processi davanti a un tribunale militare”, alla detenzione d’individui sospetti per lunghi periodi di tempo senza una prova abbastanza solida da reggere in un tribunale ordinario, alle intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra i detenuti e i loro avvocati. Nonostante tali provvedimenti non riguarderanno cittadini americani. Ne è nato un dibattito pubblico molto interessante su che cosa esattamente sta alla base delle libertà civili americane e su come difenderle quando la sicurezza nazionale è in pericolo. La concezione dell’America riguardo al termine “libertà” è mutata nel corso della storia, assumendo oggi accezioni che avrebbero scandalizzato i fondatori della nazione. Soprattutto dopo la Seconda Guerra mondiale. Gli osservatori che non condividono il punto di vista di Safire ritengono che quest’evoluzione non può essere invertita, soltanto temporaneamente bloccata o lievemente arretrata a causa di una situazione di crisi. Così è accaduto in passato. Ciò che conta, secondo il loro punto di vista, è difendere le istituzioni sociali che sono la garanzia di questo processo, come le libere elezioni, la libertà di parola, di associazione e il giusto processo. Ma infine la migliore difesa della libertà avviene nel cuore stesso degli americani e fino ad oggi l’evidenza dice che la passione per la libertà è più forte che mai.

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