Gladiatori del desiderio. Il Papa sul “Quo vadis”
La nuova trasposizione cinematografica del film “Quo vadis”, tratto dall’omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz (1896), ad opera del regista polacco Jerzy Kawalerowic descrive – soprattutto nella conversione di Chilone – come l’amore al nemico, riflesso nei martiri cristiani dei primi secoli, abbia conquistato il mondo romano cambiando i cuori delle persone. E come, dunque, l’esperienza cristiana abbia profondamente mutato la cultura del tempo. Non a caso il Papa, che giovedì scorso ha assistito alla proiezione del film assieme a più di 6mila persone nell’aula Paolo VI, si è soffermato sull’attualità della domanda che, come vuole Sant’Ambrogio, Pietro fuggendo da Roma rivolge a Cristo: «“Domine, quo vadis? Signore, dove vai?”. Assume un profondo significato l’intenzione del regista, di ripensare la domanda di Pietro come rivolta all’uomo contemporaneo: “Quo vadis, homo? Dove vai, uomo?”. Vai incontro a Cristo o segui altre vie, che ti portano lontano da Lui e da te stesso?». L’amore del romano Marco Vinicio per la giovane Licia si intreccia, dunque, con le vicende dell’impero di Nerone e di un mondo romano che si avvia alla corruzione. Un mondo crudele per gli schiavi e dove le donne, tranne alcune, poche, ricche e potenti, erano alla mercé del piacere degli uomini. Il romanzo è una trama di esistenze di cristiani e di pagani. E la storia di Marco Vinicio, come quella di Petronio, di Nerone e degli altri personaggi, rivela tutta la sua attualità nel mostrare quella disperata ricerca di senso e di eternità – nella passione, nell’arte, nella fama – propria di ogni uomo, in ogni tempo. All’inizio Marco Vinicio verrà travolto da una bruciante passione tanto da rapire Licia, trattandola, di fatto, come un oggetto; quanto diverso sarà poi il suo cuore. Perché a guidarlo non sarà più un capriccio all’interno di un mondo caotico nonostante la forza delle sue legioni, ma un desiderio con un orizzonte ben più vasto.
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