Gli alieni abituati a perdere

Di Tempi
04 Dicembre 2003
Tommaso Pellizzari, Perché è scoppiata la filosofimania, Sette, 28 novembre

Tommaso Pellizzari, Perché è scoppiata la filosofimania, Sette, 28 novembre
Giorello, interrogato sull’attuale successo della filosofia, risponde che in questa, a differenza che nella politica e nella religione: «Non c’è una identificazione col leader. Ciascuno mantiene intatta la propria individualità, si ha un pensiero. Ascoltando un filosofo ci si incuriosisce, al limite si diventa polemici. In ogni caso ciascuno riafferma la sua identità».

Arrigo Levi, Perché non possiamo non dirci anche laici, Corriere della Sera, 25 novembre
Per rispondere a Messori, Levi afferma: «Per avere fede nell’uomo, in tempi come quelli che a me è toccato vivere, i tempi della Shoah e altre abominazioni, fino ai giorni nostri, occorre, esattamente come per la fede di Messori, fare un salto nel sovrannaturale. È difficile per me credere nell’uomo, quando l’uomo è perdente, come deve essere difficile per altri credere in Dio, quando Dio è chiaramente perdente».

Commento
Secondo Giorello, è meglio che l’uomo stia da solo, perché così è più libero. Secondo Levi, come la metti la metti, l’uomo perde e perde anche Dio. Non seguiamo Giorello perché lui preferisce di no; e non possiamo dare ascolto a Levi perché a perdere non ci si abitua mai. Secondo loro infatti, il panorama che descrivono è desolante e, soprattutto, poco credibile. Perché tutte le mattine comunque ci si alza, si studia, si va al lavoro, si crescono i figli, si fanno sacrifici, in una parola si vive: un motivo ci deve essere. Questo motivo sta nel piacere che l’uomo ricava dall’essere amato dagli altri e dall’amare gli altri, cioè dall’appartenere a qualcuno. Nonostante il pensiero un po’ televisivo di Giorello e il più comprensibile pessimismo di Levi. La vita è un fatto positivo, perché c’è, si desidera, si vuole migliore; il problema è che il pensiero filosofico e storico rimane debole e inconcludente, se non parte dalla semplicità dell’esperienza quotidiana, che rimanda a qualcuno, o qualcosa, di misterioso che la sostiene. La speranza del mondo e di ciascuno di noi è nell’ammettere l’esistenza di questo mistero, il cui volto non può essere alieno – cioè incomprensibile – ma deve essere umano, comprensibile. Il paradosso cristiano del Natale cui ci stiamo avvicinando è esattamente questo.

In breve, dalla stampa – dal 24 novembre al 1 dicembre 2003

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