Gli antichi romani lo adoravano

Di Alciati Piero
05 Ottobre 2006

Non ammette mezzi termini e, senza condizioni, pretende di essere considerato il migliore! Ha forza, blasone e carattere da vendere e si autoproclama re. Si concede solo in autunno inoltrato quando le nebbie cominciano a salire e la notte si fa più pungente, ma non oltre, mai dopo le prime gelate. Questo è il sovrano della tavola, questo è il tartufo bianco. Albesi, astigiani, marchigiani, toscani, emiliani fanno a gara per avere la palma dell’eccellenza del nobile fungo sotterraneo e rincorrono primati di pezzatura e prezzo, ma non si credano i soli o gli scopritori di questa prelibatezza, perché già gli antichi romani ne lodavano le qualità indicando in quelli africani i più prelibati, e si dice che perfino i nativi americani ne fossero a conoscenza. Certo è che oggi sono i più fortunati possessori del migliore di tutti i tartufi possibili, naturalmente quello bianco.
Ma è dal profumo che si riconosce la differenza, è al senso più sconosciuto e misterioso che si deve far affidamento per poter assaporare il massimo del piacere. E solo e soltanto quando il suo profumo diventa maestoso e nobilita anche un semplice uovo al padellino che si può accettare il perché del suo valore. Senza questa sua peculiare caratteristica si è costretti a gridare che il re è nudo! Diciamo che non ci sono complicate oppure elaborate ricette per apprezzare al meglio il tartufo. Ma solo la semplicità e sapori certi, chiari che ne sprigionano la massima potenza odorosa. Ecco allora che uova al padellino, in cocotte, fondute calde di formaggi, zuppe e minestre, il riso o le tagliatelle fatte in casa sono semplici, rappresentano prelibati abbinamenti.

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