Gli anticonformisti

Di Manes Enzo
31 Gennaio 2008
Arredamento con quarant'anni di pedigree. Firmato Thun, Arosio Mendini. E raccontato dai cinque giovani timonieri di Mobileffe

La ferrovia delle Nord, come in confidenza è detta dalla gente che ne prende d’assalto i vagoni tutti i dì nella corsa al lavoro, traccia il terreno con la sua stracca rotaia a poca distanza dalla sede di Mobileffe. Siamo a Cesano Maderno, ancora per poco provincia di Milano. Passerà infatti sotto la nuova insegna di Monza e Brianza. Alla Mobileffe, come è facile intuire dal nome, si fanno mobili. Prodotti di design con le stimmate della qualità, per essere più precisi. E questo accade da quarant’anni, allorché il signor Natale Frigerio fece sua la vocazione di quella terra, appunto la Brianza, verso la produzione e la commercializzazione di arredi. Ne nacque un’esperienza mai banale, che riusciva a farsi notare per uno stile dove l’elemento della modernità si richiamava più all’eleganza che all’aggressività. Questa impostazione, questa visione delle cose, questo pensiero sempre giovane, epperò distante da quelle frange del design ardito e spesso fine a se stesso, non ha mai abbandonato il procedere quotidiano dell’azienda. E adesso che taglia il non irrilevante traguardo dei quarant’anni di attività, Mobileffe sta vivendo la stagione del cosiddetto passaggio generazionale con l’ingresso in azienda di nuovi volti e il formarsi di una nuova società.
Ma attenzione: si tratta di un passaggio delle consegne per nulla traumatico, ma sicuramente nel solco della continuità. Vediamo perché. Innanzitutto i nomi dei tre soci. Che sono: Andrea Diana, Daniele Silva e Massimo Zanaboni. Il Diana, affascinato da questo mercato, proviene da esperienze professionali in altri settori. Il Silva, invece, conosce molto da vicino la passione della famiglia Frigerio per il truciolo d’autore, avendo sposato Natalia, una delle figlie del signor Natale. E lo Zanaboni che di suo già conduce una realtà del mobile. Tre giovani che hanno trovato grande slancio nella sfida rappresentata da Mobileffe. Ereditando da Natale Frigerio una presenza significativa sia in Italia sia fuori dai confini, anche in piazze dove la concorrenza che si forgia sulla qualità del made in Italy è assai agguerrita.

Un efficace 3+2

Ma eccola qui, la nouvelle vague di Mobileffe. Con una formula simpatica potremmo dire che va in scena un efficace 3+2. Cioè i tre soci con il contributo operativo di Natalia e di Raffaella, che è poi sua sorella. La chiacchierata con a tema il nuovo corso dell’azienda prende forma nello show room dove vivono alcune delle realizzazioni più interessanti. Che portano la firma di designer abili nell’essere riusciti a trasmettere un senso di forte personalizzazione. Prodotti dove è evidente il valore creativo che si esprime su più fattori; ad esempio dalla ricerca che insiste sui materiali alla produzione vera e propria. Un design funzionale che sposa le esigenze di un pubblico incline alla sostanza, al beneficio, alla bellezza. Tener conto del vissuto e non di proiezioni forzate.
«Già, Mobileffe vuole continuare ad essere percepita come un’azienda innovativa e nello stesso tempo rassicurante. Ci piace pensare che i nostri prodotti contribuiscano ad offrire calore alla casa. In questo senso è proprio giusto vedere una continuità nel passaggio generazionale di Mobileffe. Il tradizionale da altre parti viene accantonato per sondare territori per lo più nebulosi, qui invece siamo convinti che possano venir premiate quelle scelte che non rinneghino la tradizione, i valori forti, il design a misura d’uomo. A misura d’anima. Di gran calore, per l’appunto». Andrea Diana quasi rilancia la sfida dell’inattuale. Giustamente consapevole che vi sia spazio per soluzioni dove l’attraente sta nelle cose più semplici della vita. Ed è lì che l’alta qualità trova soddisfazione senza cedere alla tentazione di seguire l’onda emotiva del progetto spericolato che se ne infischia del giudizio che è il sale del mercato. «Noi siamo imprenditori non dei Don Chisciotte impegnati in chissà quali battaglie delle idee. Alla Mobileffe le idee devono servire per fare crescere l’azienda. Altrimenti è aria fritta. E con l’aria fritta non si sta in piedi», avverte Daniele Silva. L’accento oltre che imprenditoriale appare culturalmente tenace. Diremmo privo di retorica, intriso piuttosto di concretezza figlia di una terra che su questo concetto non si è mai tirata indietro. Anzi, ne ha fatto il suo punto di forza. Il made in Brianza allora non è un’espressione tanto per dire.
«Alla Mobileffe vi è una decisa e precisa coscienza del luogo, di chi siamo, da quale storia veniamo e verso dove vogliamo andare. Tutto legato insieme, un corpo solo, una visione strategica sola», precisa Massimo Zanaboni. Così si va nel mondo con una proposta chiara e con un catalogo che sia l’espressione dinamica di un comportamento vincente. Questo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che la piccola impresa sa innovare. E lo sa fare innovando sul prodotto, sui processi, sul design, sull’organizzazione, sul marketing. E queste belle cose sono possibili se rimane l’uomo centrale nell’impresa. In Brianza, specie sul mobile, l’uomo ha contato e continua a contare parecchio se non tutto.

L’humus della Brianza
La vocazione imprenditoriale unita alla voglia di rischiare sono da sempre insite nell’animo dei brianzoli. Si tratta di una cultura del fare abbinata ad un sacrosanto desiderio di successo che negli anni ha creato una notevole capacità produttiva rilanciando a livello mondiale il modello piccola e media impresa. Imprenditori-innovatori, perciò? «Credo sia questa la strada per poter competere. Anche se rimango convinto che fossero degli straordinari innovatori quei piccoli imprenditori che si affacciarono sul mercato del mobili già nel dopoguerra. E che per la loro verve e per il loro attaccamento alla realtà riuscirono a stregare fior fiori di architetti e designer», rimarca Diana. Non c’è che dire, la vicenda di Mobileffe appare stimolante. Ne cogli tutto l’entusiasmo anche solo negli sguardi di questa equipe di giovani imprenditori, nel loro pronunciare concetti e aspettative con la certezza che il buon esito non viene da sé e neppure dal patrimonio che si è ereditato.

Il migliore biglietto da visita
«Per il Salone del Mobile (in programma a Milano dal 16 al 21 aprile, ndr) ci presenteremo con un allestimento che mira a comunicare il nostro concetto di novità. Nessuno strappo, quindi. Ci piacerebbe che si avvertisse nell’impatto con i prodotti la pulizia delle forme, la cura del dettaglio, un’eleganza giovane. In un’epoca dove sembra prevalere la standardizzazione degli articoli o gli eccessi che sono poi l’altra faccia della stessa medaglia, Mobileffe persegue la logica della personalizzazione del bene durevole e la sua flessibilità. I designer che abbiamo chiamato a lavorare e a sviluppare questi pensieri credo siano riusciti nell’opera di proporre un qualcosa che colpisca, che rinnovi il rapporto di fiducia della nostra azienda con la clientela, anche quella più difficile», spiega Natalia Frigerio, che si occupa soprattutto di marketing e comunicazione, che conosce perfettamente i meccanismi chiave per riuscire a far sì che il valore continui a trovare cittadinanza, che calamiti l’attenzione, che trovi posto nelle nostre case, pure negli ottanta metri quadrati di un appartamento di Hong Kong. Ancora Diana: «La sfida è a questo livello. L’eleganza, il tratto distintivo, la longevità del prodotto rappresentano per davvero il nostro migliore biglietto da visita. I partner della distribuzione stanno percependo questi fondamentali. Stanno facendo propria prima di tutto l’importanza della relazione con Mobileffe. E questi rapporti si intrecciano con realtà distributive italiane così come con realtà che stanno nel mondo, penso ad esempio alla Russia, alla Spagna ma anche al mercato della Grecia che si sta rivelando molto attivo».
Insomma, come si suol dire, il feeling c’è. La nuova Mobileffe piace. E incuriosisce per quello che riuscirà a fare con l’avvenuto passaggio generazionale. Le condizioni perché l’avventura possa regalare pagine soddisfacenti poggia su solide basi, sulla saggia consapevolezza che l’idea vale in quanto strettamente connessa alla questione della sua utilità. Non basta dire o sentirsi dire “ho avuto un’idea”. Di idee anche suggestive è pieno il globo, non solo la Brianza del mobile. E non solo gli studi di architettura. «Il passaggio stretto ma fondamentale per fare un’impresa che abbia senso è quello di emigrare dalla creatività all’innovazione. E qui entra in gioco la persona. Che deve essere curiosa, capace di apprendere, ascoltare, vedere. Solo ponendoci in questo modo possiamo crescere noi e contribuire affinché Mobileffe rilanci in grande stile la sua anima di azienda attenta alla qualità e al servizio».
Mentre dice queste cose Daniele Silva guarda sua moglie Natalia, cioé guarda la continuità dell’azienda, il suo pedigree. La sua storia importante. Che ha fatto bella mostra di sé in diversi musei d’arte contemporanea. Come con la collezione ART-Madi tra cui celebre l’armadio Portico realizzato nel 1986 da Alessandro Mendini. Come la collezione di attrezzature interne disegnata da Matteo Thun sul finire degli anni Ottanta. «Certo fu tra le prime ad offrire un’ampia e flessibile gamma di accessori dal raffinato design anche per le parti interne degli armadi», continua Natalia Frigerio. E poi la collaborazione con Ennio Arosio. Un sodalizio non certo episodico al punto che venne a lui commissionata la realizzazione della facciata della sede di Mobileffe. Un’architettura moderna, stilizzata, con l’utilizzo di vetri a specchio che ne danno un’impronta accattivante e che non passa certo inosservata. «Lo stile moderno in questa azienda lo si respira da sempre», tiene a ribadire Andrea Diana. Dal 1968, quarant’anni fa.

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