Gli insegnanti capaci sono in via di estinzione. Ecco da dove deve iniziare la riforma della scuola
Secondo la percezione degli alunni e delle famiglie solo una minoranza degli 819 mila insegnanti sa fare il proprio mestiere. Così le ricerche Iard. Di chi è la responsabilità? Non certo degli insegnanti. Chi fornisce o accerta le loro competenze? Nessuno. Per chi voglia dedicarsi, supponiamo, all’insegnamento della matematica, quali sono le competenze necessarie? Intanto, i saperi. Oggi le università forniscono il sapere, ma non la disciplina, cioè il sapere organizzato didatticamente. Per conseguirlo occorrerebbe aggiungere l’epistemologia della didattica disciplinare. Non danno neppure il sapere psico-pedagogico, non la storia dell’istituzione scolastica, non la legislazione. Ma quand’anche, i saperi non bastano per definire la professione. Serve molto altro: la capacità di mediazione didattica, di comunicazione, di relazione con i ragazzi.
La relazione è fondata sulla rischiosa presa in carico del destino proprio e della libertà dei ragazzi. La relazione è un’assunzione di responsabilità nei confronti di sé, del singolo alunno, della società, del paese. L’insegnamento è una relazione straordinariamente privata e straordinariamente pubblica. Chi fornisce il “molto altro”? Solo un’esperienza in atto, sotto forma di praticantato accompagnato da un tutor, può far venire a galla e perfezionare le competenze didattiche, comunicative, relazionali, umane dell’aspirante docente.
L’insegnare è frutto di una “sapienza artigianale” che può essere tramandata solo da un altro artigiano nel corso dell’attività stessa nella bottega-scuola. Alla fine di due anni – questa è la proposta dell’Associazione professionale Diesse – il maestro-artigiano è in grado di accertare l’esistenza delle capacità necessarie nell’aspirante all’insegnamento. I concorsi statali? Verificano, nell’ipotesi migliore, il sapere disciplinare previsto dai programmi. Stop. I test psico-attitudinali? Possono forse accertare che l’aspirante non è un maniaco. Troppo poco. La laurea magistrale in matematica deve essere al punto di confluenza di due giudizi: quello dell’università e quello delle quattro scuole nelle quali l’aspirante docente ha fatto “il praticante” assistito per i due anni successivi al triennio della laurea. La proposta di Diesse è di puro buon senso rivoluzionario. Il presupposto che la guida è che gli insegnanti sono la spina dorsale del sistema educativo. Non c’è riforma possibile, se non cambia il sistema di formazione dei docenti.
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