GLI OGM DI UNA VOLTA
Caro direttore, ringrazio te e Mamma Oca per l’ospitalità. Sono una fragola della California, bella, dolce, succosa e soda. Sono stata mangiata nell’agosto del 1989 e, da allora, sono rimasta nella testa di chi mi ha mangiato come termine di paragone. Avete presente «certo che fragole come quella che ho mangiato a San Diego quell’estate non le ho mai più mangiate»? Non c’è mercato, non c’è negozio bio, non c’è Sardegna che tenga per quella, e, non è per montarmi la testa, ma quella continua a ripeterlo da quindici anni. Sono stata coltivata da Chino, un giapponese trapiantato in America da generazioni, uno di quelli che la sua famiglia ha trasformato quello che sarebbe “il deserto della California” in immense distese di coltivazioni ed allevamenti. Per mille e più chilometri passa la strada per quel deserto verde. Chino coltiva le sue immense estensioni di fruits and vegetables appena dietro Dana Point, nord di San Diego, con la passione di chi coltivasse un orticello, non so quante ore lavora, si lamenta sempre della manodopera, «nessuno vuole più lavorare la terra, troppo duro», resistono solo i messicani, clandestini per lo più. Da lui vengono a comprare famiglie e ristoranti, persino dalla baia di San Francisco, e fanno puntatine anche quelli “in” di New York. Tra l’aria dell’oceano, il sole del sud della California, l’assenza di concimi chimici, e le cure di Chino, volete mettere che pomodori e melanzane e, modestie a parte, fragole carine vengono fuori! Chi non è abituato resta un po’ perplesso a vedere pomodori gialli, arancioni, a forma di zucchina, e zucchine grandi come cocomeri, ma Chino, e vi ricordo che stiamo parlando del 1989, si divertiva a stupirti con prodotti che la sua famiglia sperimentava da anni. Adesso mi chiamano organismo geneticamente modificato ma a me piace pensare di essere stata la fragola più buona mai mangiata da qualcuno.
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