Gli opposti sionismi

Di Tempi
27 Gennaio 2005
“EBREI NON OSSERVANTI E EBREI NON ORTODOSSI SI UNISCANO CONTRO GLI ESTREMISTI”. PAROLA DI KIBBUTZIM, ACCADEMICO E STORICO A TEL AVIV

Sono membro del kibbutz Bar Am e sono arrivato per la prima volta in Israele il giorno del mio diciottesimo compleanno. Ho fatto la mia aliyà (letteralmente “salita”, l’emigrazione di un ebreo in Israele, ndr) dalla Francia. Mi è sempre stato chiaro, fin da bambino, durante la Shoah, che non sarei voluto vivere in mezzo al popolo francese. La mia famiglia ed io ci salvammo dalle persecuzioni naziste nascondendoci in un villaggio protestante ugonotto. Un villaggio di tremila persone salvò circa tremila ebrei e lo Stato di Israele designò tutti gli abitanti con il titolo “Giusti tra le nazioni”. Ma fu un caso sporadico.
La posizione antisraeliana della Francia oggi non è una sorpresa. L’antisemitismo è un’invenzione francese che è stata poi esportata in Germania. La Francia fu, in verità, il primo paese che concesse l’autoemancipazione agli ebrei ma attraverso l’ottica giacobina secondo cui essi dovevano mescolarsi ed assimilarsi alla popolazione. Non a caso la Francia è l’unico paese in Europa in cui si è preteso bandire dalle scuole i simboli delle varie religioni. Non vivo l’ebraismo come un sentimento “patriottico” ma piuttosto come un “proposito culturale”. L’ebraismo è una forma di vita basata sul Tikkun HaOlam, dal verbo tikken: aggiustare, riparare, correggere il mondo. Il patriottismo è basato sull’origine delle persone, mentre l’ebraismo è basato sulla vocazione, sul destino dell’uomo. Le concezioni socialiste secondo le quali l’uomo ha la responsabilità di rimuovere le ingiustizie sociali si basano su un’idea ebraica che si tramanda di generazione in generazione.
Per me essere ebreo significa avere una responsabilità per tutta la vita e vedo Israele non come un rifugio, ma come l’unico posto al mondo in cui gli ebrei possono costruire una società secondo gli insegnamenti e i valori della Bibbia. è chiaro che non tutti gli ebrei si sentono coinvolti in questo impegno, ma io ho scelto la vita del kibbutz e credo ancora, nonostante la sua crisi, che esso rappresenti un vero gioiello della concezione ebraica, un microcosmo in cui ognuno è garante per i propri simili secondo gli insegnamenti della Legge.

Ritorno alla Road Map
Oggi sembra che siamo vicini a un accordo con i palestinesi. Accordo che produrrà il ritorno di Israele entro le frontiere del 1967 e la nascita di uno stato palestinese. Oggi la maggior parte dei cittadini israeliani condivide il piano di ritiro delle colonie ebraiche dai territori occupati da Israele dopo il 1967. D’altronde non è una novità. Israele ha restituito il Sinai (penisola tre volte più grande di Israele) all’Egitto e nel 2000 abbiamo rinunciato alla fascia sud del Libano che assicurava la sicurezza alla regione della Galilea in cui risiedo. Ed ecco, mentre siamo seduti nella sala da pranzo del kibbutz, vedo qui di fronte, a 150 metri, le case libanesi. Da quando ci siamo ritirati c’è calma, ma non mi illudo. Le forze di pace esistenti oggi nel popolo palestinese non derivano da un improvviso amore per Israele, ma dalla consapevolezza che Israele è troppo forte per essere eliminata dalla cartina geografica. C’è una grande stanchezza. Il desiderio di pace è desiderato più per la stanchezza delle due parti che per l’amore per la pace.

I coloni dividono Israele
In Israele purtroppo si è costituito e consolidato un gruppo di pressione che rischia di bloccare il negoziato. è il gruppo dei sionisti religiosi che nel corso della storia fu un ponte tra gli ebrei ortodossi e gli ebrei “liberi”. Gli ebrei ortodossi non credevano e non accettavano uno Stato ebraico che non rispettasse tutte le Leggi della Torà. Però accettarono di vivere in Israele chiudendosi in piccole comunità come Mea Shearim. I sionisti religiosi invece videro nella costituzione dello Stato ebraico una visione messianica.
Gli ebrei liberi, non osservanti (non mi piace il termine “laici”), vedono Israele come un evento politico, quelli ortodossi come un evento politico pericoloso, i sionisti religiosi come rivelazione messianica. Per questo, dal ’67 in avanti, questi ultimi si sono trasformati in estremisti. Hanno dimenticato l’importanza dell’unione del popolo ebraico. Hanno trasformato la discussione politica in una discussione teologica. Sono diventati ultranazionalisti e sono andati a costruire le loro case in mezzo agli arabi nella West Bank. Per questo siamo quasi più preoccupati di quanto può accadere tra noi qui in Israele, che tra israeliani e palestinesi. L’unica possibilità che abbiamo di mantenere integro il nostro paese è che si stipuli un accordo tra ebrei non osservanti e religiosi ortodossi, isolando gli estremisti religiosi che rifiutano il ritiro delle truppe e delle colonie israeliane dai territori palestinesi.
(Testo raccolto da Angelica Livné Calò)

ARIEL E I 400 MILA COLONI
Il governo Sharon ha promesso lo smantellamento delle colonie ebraiche e il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza entro la fine del 2005. Dopo l’elezione di Abu Mazen è chiaro a tutti gli osservatori che la ripresa del negoziato dipende dal cessate il fuoco da parte dei palestinesi, ma anche dal disimpegno israeliano dai territori occupati. Un’operazione che non sarà indolore per Israele.
Proprio in questi giorni la cronaca registra che la fuoriuscita da Gaza è iniziata in un clima di scontri violentissimi tra esercito e coloni. Strana nemesi. Solo un anno fa era impensabile immaginare che il premier Ariel Sharon giungesse a minacciare i suoi stessi supporter elettorali. Eppure l’attuale premier di un governo di “solidarietà nazionale” (allargato ai laburisti di Shimon Peres) è stato durissimo con gli ultrà nazionalisti che si oppongono a ogni forma di ritiro. «Non toccate l’esercito, o saranno guai per voi». Lo sviluppo delle colonie ebraiche prese l’avvio dopo la guerra del ‘67 e nell’ultimo decennnio ha avuto un’importante accelerazione (certo non in linea con lo spirito della “pace di Oslo”, 1993) grazie anche a una politica governativa di finanziamenti ed esenzioni fiscali a favore dei coloni.
Nel suo Nascita di Israele lo storico laburista Zeev Sternhell, aveva previsto che «In effetti la pace rappresenta un pericolo mortale pere il sionismo di sangue e terra, un sionismo che non può immaginare la volontaria restituzione di nemmeno un metro del territorio sacro della terra di Israele».

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