Gli specialisti della manipolazione

Di Manes Enzo
26 Ottobre 2006

“La grande bugia” nasce da un inganno iniziale che è poi l’esempio numero uno di sette clamorose menzogne descritte puntigliosamente da Giampaolo Pansa: il progetto mai confessato dai vertici del Partito comunista italiano di aver esercitato il dominio all’interno della Resistenza per arrivare alla conquista del potere in Italia. Una democrazia popolare comunista, dominata da un partito unico, sotto il cappello protettivo del totalitarismo sovietico. Ciò ha significato una cosa sola: nessuna decisione del Pci avrebbe potuto contrastare con gli interessi dell’Urss. Allo scopo si lavora sulla menzogna, sul travisamento della verità. Messa splendidamente in pratica il 26 febbraio 1948. Secondo esempio. Due mesi prima delle elezioni del 18 aprile, un colpo di stato a Praga, attuato dai comunisti cecoslovacchi con ideazione e regia di Mosca, pone fine alla democrazia di quel paese. Per il Pci non è successo nulla di preoccupante. La sua stampa scrive che la Cecoslovacchia ha compiuto un passo in avanti verso una democrazia completa.
L’esempio numero tre riguarda la scomunica da parte del Cominform della Jugoslavia di Tito. Fioriscono i complimenti per il maresciallo: fascista, lacché del capitalismo mondiale, servo degli Stati Uniti. Il Pci che fa? Rinfocola. L’esempio numero quattro è legato al precedente e riguarda Valdo Magnani, partigiano in Jugoslavia e segretario della potente federazione comunista di Reggio Emilia: ha la malaugurata idea di non allinearsi al fuoco di fila mediatico contro Tito. Mal gliene incorre. Inizia il suo supplizio. Palmiro Togliatti, il capo, lo liquida con un buffetto: «Sei un pidocchio». Altri dirigenti di primo livello vanno sul leggero: «È un reazionario entrato nel partito per scopi delittuosi». Esempi numero cinque e sei. Togliatti più realista del re. Durante il XX congresso del Pcus Krusciov legge il rapporto sui crimini di Stalin. “Il Migliore” lo conosce immediatamente. E altrettanto di fretta ne impone il silenzio a l’Unità. Che infatti mai lo pubblica. Togliatti sfodera il meglio di sé – e siamo all’esempio numero sei – definendo terrore bianco, banditismo, controrivoluzione, la rivolta popolare contro il regime comunista ungherese affossata nel sangue dai carri armati sovietici. Per molti anni in Italia si continua a credere alla menzogna del golpe reazionario a Budapest. Eccoci, infine, all’esempio numero sette. Non c’è più Togliatti alla guida del Partito, ma continua a viverne il metodo della manipolazione della verità.
Siamo nei primi anni Settanta. Si affaccia il terrorismo delle Brigate Rosse. È subito evidente che i militanti dell’organizzazione provengono dalla grande famiglia del comunismo italiano. Le sinistre, tutto il Pci in testa, fanno quadrato: «Ma quali comunisti, quelli sono neri e non rossi, fascisti e non comunisti». Si procede a negare per molti anni. Per dirla con Pansa: le menzogne politiche o storiche hanno le gambe lunghe.

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