Gli stranieri: università italiana? No, grazie!

Di Tempi
17 Novembre 2000
Gli stranieri che hanno voglia di studiare ad alto livello non vengono in Italia; gli stranieri che vengono in Italia non sono quelli che hanno voglia di studiare ad alto livello

Gli stranieri che hanno voglia di studiare ad alto livello non vengono in Italia; gli stranieri che vengono in Italia non sono quelli che hanno voglia di studiare ad alto livello. Questo dicono i numeri che l’Ocde (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che riunisce i paesi industrializzati) ha raccolto e analizzato circa un indicatore molto interessante: la percentuale degli studenti stranieri sul totale degli studenti universitari nei vari paesi dell’Ocde. Smentita dunque la retorica del politicamente corretto italiano secondo cui nel nostro paese la materia dell’immigrazione è mirabilmente regolata dalla legge Turco-Napolitano, e dunque i flussi migratori sono saggiamente governati e da noi approdano tanti immigrati bene intenzionati, utili alle nostre imprese e alle loro famiglie e paesi di provenienza: beh, sicuramente i migliori non vengono da noi, ma preferiscono andare a formarsi in paesi che la pubblicistica di sinistra presenta come xenofobi, quali la Svizzera e l’Austria (il 15,9 e l’11,5 per cento rispettivamente degli studenti universitari è straniero!). Smentita pure la retorica del politicamente corretto italiano secondo cui l’Italia, unico paese d’Europa in cui il sistema educativo e formativo è centrato sul monopolio di fatto dello Stato, è il paese che dà maggiori garanzie in materia di educazione e formazione, dunque popolato di istituzioni di istruzione superiore veramente raccomandabili: gli stranieri, come già i cittadini dell’Est al tempo del comunismo, votano coi loro piedi e bocciano il nostro sistema, come sembra dimostrare il fatto che rappresentano solo l’1,2 per cento degli studenti delle università italiane. Più gettonati di noi sono paesi a economia in transizione approdati da pochi anni nel novero delle democrazie (Ungheria e Repubblica Ceca col 2,6 e l’1,9 per cento rispettivamente) e addirittura l’Islanda e la Turchia (2,4 e 1,9 per cento rispettivamente)! I fautori della lotta senza quartiere ai buoni scuola, il cui fronte ormai si estende da Rifondazione Comunista al Partito Popolare, farebbero bene a riflettere anche su questi dati.

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