Gli ‘uguali a forza’ di Kabul murati nei soviet
Qualcosa in ciò che resta del centro di Kabul, lungo le strade a pezzi da cui i mezzi corazzati della Nato sollevano una nebbia di polvere, ti sembra familiare. Che cosa, cerchi di capire, mentre lo sguardo scorre lungo le distese di macerie e di case diroccate dove non distingui più ciò che han distrutto i sovietici, i mujaheddin e i bombardamenti di Enduring Freedom. Bambini nel fango, carretti di ciambelle, donne in burqa, check point, moschee, che cosa hai già visto e non sai dove, come un marchio, un’impronta di cui riconosci quasi l’odore?
Poi le riconosci. Quelle fila di palazzine scampate alle bombe, quatte in un angolo fra mesti filari di giardini grigi. Quei palazzi mesti come della più triste delle edilizie popolari, con l’intonaco scrostato che cade a pezzi, e lividi colori che non sapresti definire tanto hanno dentro un fondo di sporco. Le scale d’ingresso in cui intravvedi ringhiere sbrecciate; la facciata triste e corrotta che lascia immaginare appartamenti malrifiniti, dove l’umidità si infiltra fra gli intonaci, in infinite liti fra inquilini.
Architettura sovietica, ecco l’impronta che riconosci nel cuore della asiatica Kabul, identica alla periferia di Varsavia, a Chisinau in Moldavia, a Mosca. Ovunque il comunismo arrivasse, marcava le città con quell’impronta di cemento armato. Le case degli uomini, pensate non perché gli uomini potessero viverci, ma in funzione di un’ideologia egualitaria. Le case dovevano essere dunque tutte uguali. Infiniti viali di palazzi l’uno dall’altro indistinguibili, in cui lo sguardo di un uomo si smarrisce, senza un segno che gli indichi la sua. Case uguali a forza, anche contro l’evidenza dei diversi climi. Ampie vetrate e balconi nelle miti Repubbliche dell’Asia centrale, così come a Kabul, che per sei mesi all’anno è sottozero. Case uguali anche dentro: in Moldavia abbiamo visto appartamenti uguali arredati con tavoli e sedie e letti identici, come in un incubo infinitamente replicato.
Il segno di una illusione di giustizia, impazzita e degenerata, come ogni volta che ci si illuda di salvarsi da soli? O, apertamente, un’inimicizia palese all’uomo, in quel negare il profondo istinto di ciascuno ad avere un luogo almeno che sia suo, e diverso da ogni altro, come ciascuno di noi non è uguale a nessuno? I palazzi sovietici di Kabul svettano dalla polvere delle strade disfatte, come beffardamente indistruttibili.
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