Gli ultimi siamo noi
Lui sì che se ne frega dei maestri riconosciuti della carità. Dei preti coraggio buoni per tutti i talk show. Del politicamente corretto che ammanta e annichilisce la solidarietà. Così se lo invitano a dire la sua a un convegno su disagio sociale e problematiche legate all’immigrazione che si è svolto nella sala Gaber al Pirellone è sacrosanto aspettarsi che meni fendenti. Dopo aver ascoltato le comunicazioni delle realtà del privato sociale impegnate sul territorio.
A scrivere tutto, austeramente seduto al tavolo della presidenza, il ministro delle Politiche sociali Paolo Ferrero, rifondarolo ed ex cassintegrato Fiat. Quindi con tutte le carte in regola, secondo i soliti cliché, per occuparsi di ultimi e dintorni.
Un mazzo così per due lire
«Il ministro applicando alla lettera la liturgia della concertazione ci ha chiamati tutti a raccolta e tutti ci ha ascoltato con religiosa attenzione. State tranquilli però che in concreto non accadrà nulla. Da quella cultura lì, che ahimè conosco bene, è raro che venga qualche risposta che guardi all’uomo tutto intero. D’altronde se si riducono i suoi bisogni solo a quelli materiali, allora grande è la confusione sotto il cielo ma la situazione è tutt’altro che eccellente».
Un po’ sorride dell’ultima battuta quel satanasso di Walter Izzo, anima, cuore e intelligenza del gruppo La Strada, un network di associazioni e cooperative sociali con 25 strutture operative in Milano e provincia. «Pressapoco una holding della sfiga», riassume con eleganza oxfordiana. Parla camminando e facendo corona al tavolo, perché, dice, non può resistere più di tre minuti catturato da una sedia. «Dove eravamo? Ah, sì, al convegno, al compagno Ferrero e alla moltitudine delle associazioni».
E ai fendenti. Educativi, certo. «Ho detto con nettezza che era giunto il momento di occuparsi degli ultimi. Dei veri ultimi però, quelli di cui non si occupa nessuno. Sai chi sono? Gli operatori, gli operatori del sociale. Che si fanno un mazzo così per due lire e per anni anni e anni. Persone abbandonate da tutti, che non fanno notizia. Perché secondo la cultura dominante gli ultimi sono i nomadi, i malati terminali di Aids, i borderline».
«Chi si occupa e si preoccupa di loro invece deve tirarsi su le maniche, lavorare e stare zitto, in quanto è già realizzato per la sua vocazione di sostenere gli ultimi. Suvvia non scherziamo: così non dai con letizia, sei incazzato e la tua incazzatura è contro tutto e tutti. Uno straccio di sindacalista che si prenda a cuore la sua situazione di vero precario non c’è? Non può esserci perché il sindacalista è figlio di quella cultura del piagnisteo che fa dell’apologia degli ultimi un’ideologia che ti fa perdere di vista la realtà e il suo senso». Infatti non si ricordano manifestazioni in favore degli ultimi del privato sociale né gesti meno eclatanti, finanche presìdi davanti a qualche sede simbolica. Secondo l’antico adagio che un presidio non si nega a nessuno.
«Il pubblico paga a babbo morto»
Eppure. Walter Izzo, un signore che un bel dì decideva di abbandonare la carriera universitaria per gettarsi nella mischia dell’educazione che sostiene la carità, «ancora affascinato dall’incontro con don Giussani, che mi ha comunicato una grande passione per il reale», al ministro non ha mandato a dire che della povertà intesa come pauperismo non sa che farsene, che anzi è dannosa, ingabbia, rende sterili, fa male insomma. Poi ha assestato un altro colpo di un certo effetto. Lo racconta senza che il suo volto riesca a nascondere un’espressione birichina, da pierino col sale in zucca.
«Gli ho detto della sussidiarietà, una parola che almeno nei convegni va di moda. E gli ho spiegato che oggi la sussidiarietà funziona al contrario: sono le associazioni a svolgere un ruolo sussidiario verso lo Stato. Ho fatto un esempio per spiegare l’arcano diabolico. Una prestazione per l’Asl alla mia cooperativa viene pagata mediamente dopo un anno. Ciò significa che il pubblico caccia il grano al privato sociale, come si dice, a babbo morto. In questo modo La Strada, come tutte le altre realtà, fa da banca a tasso zero per il pubblico. Non si sa se ridere o piangere di fronte a questo scandalo. Ma come, lo Stato che dovrebbe sostenere le libere aggregazioni di uomini compie azioni che fanno male, che lasciano senza parole? Una sussidiarietà a rovescio, a questo siamo. Ma tutto tace. Anche perché il mondo cattolico non è che abbia le idee chiare in proposito. Anziché domandare che lo Stato, facendo un passo indietro, sorregga il privato sociale, il più delle volte i cattolici sono lì a strillare di volere più Stato. Dimostrando così di essere subalterni all’egemonia culturale comunista, quella del culto della povertà intesa come pauperismo».
Erano meglio i secoli bui
Nella sintesi finale il ministro Ferrero ha ripreso però le provocazioni di Walter Izzo, «ma non mi ricordo niente che lasci aperta una possibilità di costruzione. Cosa vuoi aspettarti dalla concertazione, dal solito tavolo con tutti presenti, ma al fondo tutti assenti. Magari una buona parola, una benedizione laica e tanti saluti. Il compagno Ferrero ha recitato bene. Tranquilli la battaglia quotidiana va avanti. Io sono cattolico convinto, si può ancora dire? La Chiesa raccomanda la carità, mentre il ministro la impone. Tutto sommato preferivo i secoli bui».
Adesso il sorriso fatica a venir fuori. La preoccupazione c’è. Izzo pensa magari ai suoi operatori che, seppur in regola, sono precari. A chi svolge da trent’anni il lavoro usurante di fare lezione a ragazzi in difficoltà, o a chi si occupa di malati terminali di Aids o ancora di chi presta servizio in campi nomadi col rischio vero di prendere botte tutti i giorni. «Neppure un prete coraggio che si faccia sentire in loro favore. Non hanno tempo da perdere con i veri ultimi, impegnati come sono a rincorrere telecamere e giornalisti. Sai l’ebbrezza del tg.». Guarda l’orologio, fa capire che deve andare a presentare la “sua” holding a un benefattore «perché l’impresa deve essere sempre alimentata. Non c’è tempo da perdere, ricordi la sussidiarietà a rovescio?». Arrivederci e buon lavoro. Ultimo pensiero: «Ci pensavo in questi giorni, per la celebrazione del Giovedì Santo voglio proporre al cardinale Tettamanzi che il rito della lavanda dei piedi coinvolga dieci ultimi, dieci operatori del privato sociale. È una proposta esagerata?».
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