Good morning West Bank
Nimrod Noi ha 33 anni, è laureato in agraria e negli ultimi 18 mesi è stato richiamato alle riserve dell’esercito israeliano tre volte: a Rammalah, a Han Yunies nella striscia di Gaza e domenica 5 maggio è tornato dopo 26 giorni di servizio a Hebron. È cresciuto nel kibbutz e le sue idee, come quelle della sua famiglia, riflettono molto profondamente quelle della sinistra israeliana. Una mia ospite italiana mi aveva detto delle cose gravissime sul nostro esercito. Ho deciso di domandare a Nimrod.
Uno degli obbiettori di coscienza che si rifiutano di servire nella West Bank asserisce di aver ricevuto ordine di sparare ai bambini palestinesi che si inchinano per prendere una pietra. è possibile?
È assurdo, è perfino impensabile, è contro il codice etico dell’esercito israeliano. Ogni esercito al mondo ha un suo codice. Da noi ci sono “gli ordini non legali in assoluto”. Un soldato ha il dovere di disubbidire a un suo ufficiale se gli viene impartito un ordine del genere. Nessun soldato israeliano spara su civili a meno che non sia in pericolo di morte con un fucile puntato. Molti di questi ufficiali si rifiutano di entrare nella West Bank per paura e io li capisco. Il nostro esercito è addestrato per combattere in guerra e i terroristi vivono o si nascondono nei villaggi, nelle case, tra la gente…
Però le immagini che fanno il giro del mondo sono quelle: tank israeliani che entrano nei poveri villaggi palestinesi…
Il tank è l’unico modo per difenderci quando entriamo in un villaggio dove ci hanno segnalato la presenza di terroristi armati in procinto di attuare un attentato in Israele, mentre ci sparano addosso dai tetti, dalle finestre, da ogni angolo. Per un ufficiale fare servizio nella West Bank significa essere in continua lotta con se stesso, con la propria coscienza; significa dover prendere decisioni immediate cercando di salvaguardare i propri soldati e la gente che gira intorno per andare ad attingere l’acqua o a comprare il cibo. Significa dover fermare delle vecchie donne cariche di sporte perché i servizi segreti hanno segnalato un possibile attentato o fermare un’ambulanza e decidere se alzare il vestito alla donna incinta che giace sulla lettiga perché ti hanno avvertito che quella non è una pancia ma una cintura esplosiva. È terribile! Non so se puoi capirmi… come ci si sente a dover fare cose simili.
Però i pacifisti vi accusano di violare i diritti umani, di arresti indiscriminati e perquisizioni brutali anche nei confronti delle donne…
Sarebbe giusto che le nostre soldatesse potessero fare questi controlli alle donne, ma essere al chek point oggi è pericoloso come girare in un villaggio. Credimi, non abbiamo scelta! Anch’io preferirei non essere lì, ma so chi sono, ed è meglio che ci sia, proprio perché conosco i miei principi e i miei valori e il mio rispetto per questa povera gente. So che posso influire sui miei soldati affinché mantengano il loro spirito e la loro umanità perché la guerra è una bruttissima cosa, la paura, l’ansia, la tensione giocano brutti scherzi e noi come ufficiali vigiliamo anche su questo. Gli ufficiali in Israele non escono dall’Accademia Militare ma sono i migliori tra i soldati, dal punto di vista umano, sociale e organizzativo. I nostri soldati sentono l’ostilità che li circonda e la frustrazione è profonda: è terribile quando ti sforzi di non colpire innocenti a costo della tua vita o della vita dei tuoi compagni e poi ti imbatti in un giornalista o in pacifista che ti fanno apparire come un assassino…
Però quella madre palestinese uccisa con i suoi due bambini…
Quella mamma con i due bambini che è stata uccisa, è stato un errore fatale, il tank è saltato su un ordigno, lei ha tentato di fuggire coi propri figli e i nostri soldati hanno sparato… pensavano che fossero i terroristi che stavano dandosi alla fuga dopo aver attivato l’ordigno. Puoi immaginare come si sentano ora quei nostri soldati? Puoi capire quanto sia difficile combattere in mezzo alla gente innocente?
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