Goodnight Lenin
Con le primarie del Partito democratico nasce un nuovo partito. E si conclude anche il viaggio di una comunità nazionale, quella dei comunisti italiani: sinora aveva cambiato forma con il Pds-Ds (a parte le scissioni) preservando, però, un nucleo sostanzioso, dall’apparato alle sezioni. Ora cambia tutto: Fassino fa ancora il “segretario generale” dando ordini a questo e a quello di obbedire a Veltroni, ma è ridicolo. Presto tutto finirà: il popolo ex comunista con ritratti, salamelle, riunioni per un po’ manterrà una memoria. Ma sarà sempre più come gli apache che vanno a vivere nelle riserve e non possono più cacciare i bufali nelle libere praterie.
La storia della comunità comunista parte dalla feroce Prima guerra mondiale con annessa profonda frattura tra classi dirigenti e ceti popolari. Quest’ultimi poi attratti dalla nuova Gerusalemme del socialismo, la Mosca della Rivoluzione d’Ottobre. Così si formò una tendenza del socialismo che sostituì al pacifico movimento di fine Ottocento, un’organizzazione ipermilitarizzata e con una testa internazionale operativa dal Cremlino. Col fascismo i comunisti italiani si ridussero all’apostolato, peraltro ben sorretto dalle strutture del Comintern (e della Ceka). Fecero un grande lavoro e divennero forza autorevole nella Resistenza. Sotto quel genio di Togliatti (ben collegato a Stalin) divennero punto di riferimento essenziale nel dibattito della Costituente prima e della cultura italiana poi.
Io sono più negro di te
Togliatti sapeva che la rivoluzione non era all’ordine del giorno, e organizzò una “comunità che durasse”. Il legame di ferro con Mosca era la base per un pragmatismo quasi senza limiti: il “vincolo esterno” aiutava a dominare i particolarismi tipici della nostra storia nazionale e la dura contrapposizione tra riformismo e massimalismo, caratteristica dei ceti popolari italiani.
Ora che si è visto come è andata a finire, si può dire che la genialità togliattiana fu una disgrazia per l’Italia perché ne ingessò la politica e non aiutò a costruire le basi per superarne la crisi.
Considerata dall’interno, l’esperienza della “comunità” aveva un grande fascino, innanzitutto per quel legame tra intellettuali e popolo, così carente nella storia nazionale. Si poteva dare esiti migliori a questa “comunità”? Certamente, nel 1990 si poteva ricomporre l’unità del socialismo italiano, rotta a Livorno nel 1921. Nel 1992 si poteva difendere la Costituzione dal golpe bianco di certa magistratura. Nel 1994 si poteva riconoscere la sconfitta e pacificare l’Italia, così nel 1996, nel 1998 con il governo D’Alema, nel 2001 dopo la seconda sconfitta, nel 2006 dopo il “pareggio”. Il gruppo dirigente erede del Pci non ha saputo fare scelte coraggiose: i togliattiani come D’Alema ogni volta che arrivavano a una svolta vera, si spaventavano: avevano ricevuto in eredità una grande sapienza tattica, ma non una visione che li aiutasse a uscire dall’impasse storica. Alla fine quelli che più lasciano il segno sono i contaminati dal ’68, portatori di innovazione senza radici: così il demagogo Occhetto (che pure ebbe il coraggio di cambiare nome al Pci) o il furbacchione Veltroni. Quest’ultimo farà passare l’ultimo guado alla “comunità”. Ma difficilmente saprà ridarle un senso. è uno che si presenta ora come uno zio Tom (altro che negritudine, sono più bianco di Luca Cordero di Montezemolo) ora dà di gomito a Fabio Mussi, spacciandosi per un Malcom X (sono un negro rivoluzionario anche io). Serve a poco per ritrovare un’identità, per di più moderna.
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