Grati e riconoscenti dell’Essere
Sabato 4 ottobre erano sedicimilacinquecento adulti alla giornata di inizio anno di Comunione e Liberazione e, fatto che non era mai accaduto prima nella storia del movimento che ha la sua roccaforte in Lombardia, c’era con loro anche il Vescovo e cardinale di Milano monsignor Dionigi Tettamanzi. «Cominciamo» – la prima e così prosaica parola che risuona al Filaforum di Assago dove il popolo di Cl riprende insieme il cammino di un anno sociale – sembra quasi abbia familiarità con l’altra che sentiremo ripetere spesso durante l’incontro, la parola «Mistero». Così presente da avere la faccia di migliaia di persone unite nell’ascolto, nel silenzio, nell’ordine, nei canti. Un’unità di cui si fa in fretta a dire, “sì, questo è un popolo sui generis”. L’ideologia e l’utopia hanno geneticamente modificato la coscienza dell’uomo odierno. Non c’è più gratitudine sulla nostra bocca, e il dato – si cita il filosofo francese caro a Tempi, Alain Finkielkraut – il puro e semplice dato che la realtà è qualcosa che ci precede, qualcosa che non facciamo noi, un “avvenimento” procedente da altro da noi e non frutto di “un pensiero” nostro, viene sistematicamente demolito, cancellato e, spesso, odiato. è il nichilismo, più o meno gaio, più o meno utopico, che sembra trionfare e a cui si cerca affannosamente di rispondere moltiplicando “le regole”, perché “in qualche modo è pur sempre necessario garantire alla società un minimo di convivenza”. Regole che dimostrano però la loro insufficienza, mentre ovunque sembra prevalere l’ideologia che permea la vita delle persone con l’idea di sé come autosufficienza, autonomia, estraneità. Ecco, di questa tragedia non parla nessuno, nemmeno certa Chiesa modernista che ha pensato di offrire soluzioni moltiplicando il richiamo etico invece che stare davanti alla presenza, all’ospitalità e alla speranza del Padrone di casa, Gesù Cristo, l’Essere. E perché dovrebbe essere possibile che l’Essere venga a noi e, dramma di due libertà, domandi di essere riconosciuto? Perché riaccade ciò che è accaduto ad una di noi. La Madonna con il suo sì, ripetuto chissà quante altre volte meno famose, al Mistero ha dato tutto, persino i cromosomi, permettendo che la ragione dell’uomo di tutti i tempi potesse arrivare ad accarezzare non solo l’idea di un contenuto affascinante, ma la Presenza innamorata di un pretendente. Seguono due testimonianze (quella di un padre di famiglia e insegnante, e quella di un memor domini, cioè di un uomo dedicato completamente all’ideale cristiano nella verginità, laico e professore universitario di statistica metodologica) che hanno documentato nell’esemplificazione concreta e pratica delle proprie vicende personali, la possibilità, nella vita presente, di una umanità capace di contagiare di speranza sé e la realtà circostante. Speranza fondata non nel discorso o nel dogma circa la verità rivelata, ma sul riconoscimento che “il dramma supremo” è «che l’Essere domandi di essere riconosciuto dall’uomo». E, «questo è il dramma della libertà che deve vivere l’io, l’adesione al fatto che l’io deve essere continuamente esaltato da una rinascita del reale, da una ri-creazione che nella figura della Madonna diventa commossa dall’Infinito». Sintesi: «La figura della Madonna è il costituirsi della personalità cristiana».
Nell’omelia della Messa che conclude la giornata l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, ha parole di affetto per il movimento e ricorda la sua vocazione di «pastore, guida e servitore del suo gregge» in vista di quella «Missione permanente della Chiesa» che è anche il leit-motiv della sua ultima Lettera pastorale. Degli interventi (la cui versione integrale sarà pubblicata sul mensile Tracce, organo ufficiale di Cl) e del popolo al Filaforum, resta un ultimo flash sul nostro taccuino: famiglie, giovani lavoratori, single, gente la più disparata, che ritorna alle macchine, confabulando. E certo con dentro la speranza, la più terrena delle virtù, che la vita «non è qualcosa che se ne va, ma Qualcuno che viene».
di Stefania Covini
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