Grazie a Dio, non tutti i preti sono pretini
I ragazzi dell’oratorio io li vedevo da lontano, cercavo di capire la loro “retta via”, li scrutavo mentre crescevano e si facevano “bravi fieu”. Condotta morale, senso del giusto e correttezza mi sembravano forzature indotte. Insomma a quindici, sedici anni non si può essere bravi ragazzi, è contro l’istinto umano. Sarebbe un po’ come per un ventenne votare Ds. Certo, è un atto politicamente corretto ma ha in sé qualcosa di perverso. Ero già minoranza a quell’epoca, lo riconosco. Non riuscivo a subire il fascino di un prete che per accattivarsi la mia presenza mi parlava di calcio. Io volevo identità. Mio padre ateo e comunista l’identità me la trasmetteva e proprio per questo non temeva la contaminazione con il clero. Mi sono spesso chiesto che fine hanno fatto quei bravi ragazzi dell’oratorio. Si saranno mai impegnati nella società, o sono rimasti neutralmente corretti? In assenza d’identità il rischio è quello di finire nel nulla prodiano o per contrapposizione nella richiesta capezzoniana dei diritti per tutti. Usare il termine “rischio” capisco che può sembrare un po’ eccessivo ma per chi volesse giungere alla radice, sviscerare il reale, usare la ragione senza l’utilizzo partigiano del potere, l’identità è l’elemento indispensabile. Senza identità non c’è ideale.
Mi stupì all’epoca scovare l’appiattimento buonista del clero, la tolleranza per il vuoto esistenziale. Poi, per un ciclo quasi misterioso d’incontri e conoscenze, a trentasei anni uno si ritrova a dialogare e a costruire il reale con uno di quei preti tosti, don Gabriele Mangiarotti di Culturacattolica.it, che raccolgono le sfide senza troppo calcolare i rischi. Uno di quegli uomini che è in grado di catturarti con una frase, “La mia libertà inizia dove inizia la tua”, che ti costringe a rileggerti Marx (La questione ebraica). Cose da pazzi verrebbe da dire. Uno che milita a sinistra e vota Rifondazione e l’altro che celebra il mistero di Cristo senza farsi ingannare da chi si rivolge ai “cattolici adulti”! Come è possibile? Forse l’arcano è nella passione per la ragione, nell’affezione per l’identità, nel riconoscimento per la critica al nichilismo moderno. Insomma, forse il trucco è nel non star mai tranquilli. Nell’avere il coraggio di organizzare un incontro sull’enciclica di Benedetto XVI (il 22 marzo a Monza) tra un autodidatta lavoratore marxista come il sottoscritto, un rettore di un Istituto cattolico come don Luigi Ferè e un professore universitario come Luigi Trezzi. Altro che la noiosa litania sull’ingerenza vaticana!
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