Grosso guaio a Chinatown

Di Bottarelli Mauro
19 Aprile 2007
D'accordo, non si attacca la polizia. Ma siamo sicuri che sotto la rivolta dei cinesi di Milano non sia rimasto schiacciato qualche serio problema?

Come sempre accade in Italia, la drammatizzazione diviene regola. La scorsa settimana la placida regolarità di un pomeriggio milanese è stata scossa dagli incidenti scoppiati nella cosiddetta Chinatown tra residenti cinesi e forze dell’ordine dopo che una pattuglia di vigili urbani aveva fermato e multato una donna per un’infrazione stradale. Sui giornali del giorno dopo il caso è stato trattato con parole pesanti come “guerriglia urbana”, “rivolta” e via allarmando: basterebbe essere stati al G8 di Genova per evitare una volta per tutte di scomodare termini fuori luogo, ma tant’è. Una piccola “Stonewall gialla” era scoppiata e il Comune di Milano, nella persona del sindaco Letizia Moratti, immediatamente mostrava il suo volto più decisionista: «Non tollereremo zone franche». Bravissima, peccato che il problema della Chinatown milanese (sovraffollamento, traffico, commercio abusivo) non si risolve certamente con il manganello e nemmeno con trovate geniali come la cosiddetta “delocalizzazione”, cioè spostando il quartiere cinese altrove, in periferia. «Come si possa chiedere a cittadini che hanno pagato profumatamente gli immobili in cui vivono e lavorano – spesso e volentieri fino a due o tre volte il valore di mercato, e per giunta in contanti (all’epoca infatti erano pochi gli italiani a lamentarsi di questi scomodi vicini) – di lasciarli da un giorno all’altro per andare a stabilirsi altrove è domanda che il buon senso fa sorgere spontanea, ma lassù, nell’iperuranio di Palazzo Marino, dove i fini strateghi abbondano, si favoleggia di enormi elicotteri per spostare di peso interi caseggiati», dice sdrammatizzando un cittadino italiano della zona.
Ironia a parte, il problema esiste ma non certo in termini repressivi e di ordine pubblico. Tutte le città hanno quartieri cinesi (Londra e New York su tutte), per il semplice fatto che la cultura di questo popolo è quella della comunità chiusa, dell’autoghettizzazione, dell’integrazione economica con il tessuto urbano ma non sociale con la cittadinanza. Milano non fa eccezione. Anzi sì, perché ciò che oggi si vorrebbe sistemare con la polizia andava prevenuto dieci, quindici anni fa quando il commercio cinese cominciò a espandersi a dismisura grazie alla grande disponibilità di denaro, sulla cui provenienza è inutile interrogarsi perché le stesse forze dell’ordine non riescono a risalirvi. Prendiamo l’esempio di via Bramante, traversa di via Paolo Sarpi che porta verso l’Arena civica. L’intera strada è occupata da negozi cinesi di abbigliamento e chincaglieria, veri e propri buchi trasformati in magazzini dove la merce trabocca letteralmente. Ora, per i non milanesi va detto che in via Bramante fatica a passare il tram per quanto è stretta la carreggiata. «E secondo voi ai geniali funzionari del Comune incaricati di rilasciare le licenze commerciali è venuto in mente che forse era un po’ azzardato pensare di concedere permessi a pioggia senza trasformare l’area in un parcheggio a cielo aperto?», si chiede retoricamente un esercente di via Giusti. A quanto pare no. E lo stesso vale per i politici locali, che hanno chiuso non uno ma tutti e due gli occhi di fronte a questa espansione a macchia di leopardo. Ora è tardi, visto che nel quadrilatero cinese di esercizi gestiti da italiani ne saranno rimasti una ventina scarsa. E dato che non si possono revocare le licenze, che si fa? Si manganella.

La provocatoria presenza dei vigili
In zona perfino gli italiani, vere vittime di questa invasione tacitamente approvata dal Comune, ammettono che nelle ultime settimane la presenza dei vigili era diventata massiccia, quasi provocatoria. Tipica scelta italiana per mascherare i problemi e trasformarli in emergenze spendibili a livello mediatico: dal laissez-faire totale, con la zona che sopravviveva senza regole, si passa di colpo allo Stato di polizia, come se la militarizzazione del quartiere potesse svuotare bazar e liberare gli appartamenti dagli sgraditi concittadini. Una strategia partita con la sfilata per la sicurezza organizzata dal sindaco Letizia Moratti e proseguita con le incursioni leghiste nei campi nomadi. Come dire: non sappiamo come risolvere la situazione, quindi vi regaliamo demagogia a prezzo di saldo.
D’altronde, come abbiamo già detto, quella cinese è una comunità chiusa in se stessa ma votata all’integrazione totale a livello economico con il tessuto produttivo circostante. Un mercato che si autoalimenta e che certamente non fiorisce unicamente per soddisfare la domanda della comunità. Un italiano che gestisce un piccolo negozio in via Procaccini ci racconta la sua verità: «Vorrei che prima di scrivere quanto leggo sui quotidiani i giornalisti facessero un giro da queste parti durante i giorni della settimana, soprattutto al lunedì quando molti negozi italiani sono chiusi mentre quelli cinesi sono, come sempre, aperti. Scoprirebbero una vera e propria fila di automobili di italiani che ripartono quasi impennando da quanto sono stracariche di merce: sono commercianti e operatori che lavorano nei mercati, vengono da tutta la Lombardia e comprano a prezzi stracciati prodotti che poi rivendono al triplo o al quadruplo restando comunque competitivi con il mercato italiano. Non si può guardare il problema soltanto da un’angolazione. Non nego che ci siano dei problemi ma sono gli stessi che si hanno in altri quartieri. Lo stesso discorso vale per i ragazzini, l’ultima generazione. È assolutamente vero che sono più aggressivi e spacconi di quanto non fossero i loro coetanei dieci o quindici anni fa, ma non perché quella cinese è un’etnia evoluta male, piuttosto perché viviamo in una città dove le baby gang imperano sia tra gli italiani che tra i sudamericani. Si stanno, da un certo punto di vista, “italianizzando”, stanno integrandosi nel nostro contesto scegliendone il lato deteriore».

«Gliela faremo vedere»
Certo, discorsi del genere sui quotidiani fanno vendere poco ma forse se vogliamo evitare altri guai sarebbe meglio ascoltarli di più. A chi invoca i dazi doganali contro la Cina, ad esempio, gioverebbe ricordare che sulle bancarelle di padanissimi mercati del sabato altrettanto padanissimi commercianti vendono merce contraffatta o prodotta con due lire speculandoci sopra. D’accordo, è la legge del mercato e va bene così, ma in nome della sacrosanta reciprocità deve andare bene anche per i cinesi. Detto questo, le regole vanno rispettate da tutti – cinesi in testa – e non è accettabile attaccare le forze dell’ordine. Altrettanto palese è però l’incapacità di chi ha governato negli anni questa città di venire a capo di un problema che col tempo è divenuto macroscopico. A cosa è servito lo sventolar di manganelli di giovedì? A far concludere in questo modo l’articolo pubblicato il giorno dopo da Europe China News, il giornale in lingua della comunità: «Noi aiutiamo gli italiani e loro ci trattano così. Se non cambia il clima si accorgeranno di cosa siamo capaci, visto che quando ci uniamo siamo in tanti». Un capolavoro. Anche diplomatico.

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