Gubbio, Forza Italia verso l’Ok Corral?

Di Bottarelli Mauro
09 Settembre 2004
Si apre oggi la scuola di formazione all’insegna di una difficile composizione dei personalismi. Il capo latita, i generali scalpitano e il doroteismo torna in auge. Sarà per questo che Tremonti...

Cosa succede in Forza Italia? La coincidenza temporale con l’apertura della scuola di formazione del partito prevista per oggi a Gubbio non induca in facili fraintendimenti: Forza Italia, per usare un’espressione molto esemplificativa, sta implodendo. Troppe infatti le forze che si muovono al suo interno, spesso e molto volentieri in ordine sparso, e troppo poca la volontà di Silvio Berlusconi di indossare i panni del vigile per porre un freno al traffico. Un esempio su tutti. La scelta di promuovere a Roma con un incarico nazionale il coordinatore lombardo, Paolo Romani, non depone infatti a favore di un rasserenamento del clima all’interno del partito, visto che pur non arrivando a pensare all’ipotesi di un triumvirato di coordinamento con Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, sono noti i dissidi che vedono opposti lo stesso Romani alla corrente cattolica del partito, diatriba nata e consumatasi in Regione Lombardia e che ora rischia di spostarsi ed espandersi pericolosamente a livello nazionale. Una scelta di appeasement del premier verso una componente – quella che fa capo a Romani, comunque cospicua nel partito – sarebbe comprensibile a livello politico soltanto in vista di un cambiamento radicale degli assetti che non pare in programma. Alla luce dei fatti, invece, questa decisione rischia di palesarsi come un chiaro segnale di equidistanza livellatrice all’interno di Forza Italia, gustoso eufemismo per dipingere il sempre crescente disinteresse del premier verso il partito: un segnale che non pare difficile tradurre come mancanza di volontà nel risolvere i problemi più che come spinta verso un ampliamento della rappresentanza e della collegialità interna. Nonostante all’ultimo momento l’ipotesi sia stata scongiurata, alla vigilia del meeting di Gubbio non sono state poche le minacce di defezioni illustri giunte all’ufficio di Sandro Bondi, quasi a voler sottolineare l’insofferenza di una parte del partito a “recite a soggetto” che fungano da paravento ai reali problemi che assillano gli azzurri. Ma qualcuno sembra intenzionato ad avvantaggiarsi della situazione. Con la guida ormai svogliata del leader e gli appuntamenti di governo imminenti, appare sempre più probabile l’ipotesi di un tentativo di scalata al potere azzurro di Claudio Scajola, capace di catalizzare attorno a sé una maggioranza relativa del partito, forte di un’esperienza organizzativa consolidata e in grado di far valere un rapporto di fiducia con la leadership che ne potrebbe benedire l’ascesa come extrema ratio: a quando, però? E, inoltre, come reagirà il partito a una tale eventualità? L’idea che Silvio Berlusconi abbia abdicato all’ipotesi di lavoro attraverso un’agenda parlamentarista puntando tutto su un futuro sbocco quirinalizio non basta a spiegare l’anomia in cui comincia a precipitare quella che resta la prima forza politica del paese. A meno che all’orizzonte non si prefigurino scenari da Risiko.

LA VARIABILE TREMONTI
Svolgendosi in parallelo con il Festival del Cinema di Venezia, l’incontro tra Romano Prodi e Giulio Tremonti al workshop Ambrosetti di Cernobbio non poteva che essere “da film”: ovvero, talmente ostentato nei toni e plateale nei gesti da far presagire ai cronisti presenti uno scoop ammantato di scintillante nulla politico. Il modo in cui l’ex ministro dell’Economia – uno che fino a quattro mesi fa parlava in modo sprezzante del “candidato Prodi” – è piombato tra i giornalisti che assediavano Prodi durante il coffee break aveva infatti ben poco di spontaneo: tutto doveva essere in favore di telecamera e taccuino, tanto più il colloquio di venti minuti che i due hanno intrattenuto fitto fitto a un tavolo del giardino. Di cosa hanno parlato gli ex nemici carissimi? Top secret. Una cosa è certa: Giulio Tremonti aveva bisogno di tornare a far parlare di sé a livello politico dopo due mesi di silenzio mediatico. E, per farlo, servivano un palcoscenico e un co-protagonista con i fiocchi, non una comparsa. La frase con cui il Professore ha congedato i giornalisti che chiedevano curiosi lumi sui contenuti dell’incontro conferma l’analisi: «Non abbiamo parlato di nulla di specifico, altrimenti come potete ben capire l’incontro l’avremmo fatto in segreto». Lapalissiano, peccato che l’intenzione dichiarata di Giulio Tremonti fosse proprio di porre in essere una strategia shock and awe nei confronti dei vecchi alleati, sia dei congiurati che lo hanno fatto fuori che degli ex amici che nulla hanno fatto per difenderlo nella notte fatale: e un incontro segreto, a tal fine, sarebbe servito proprio a poco. In giorni di risorgente tentazione neocentrista, di sibillini messaggi di Massimo D’Alema sulla reale utilità – almeno nella forma in cui stanno nascendo – delle primarie per il centrosinistra e di strane promozioni in casa azzurra, l’uscita dell’ex divo Giulio acquista una valenza nuova che inquieta più d’uno. L’ex ministro dell’Economia, da più parte indicato come candidato alla guida della Lega nel dopo-Bossi, sta infatti muovendosi sottotraccia all’interno della scena politica ed economica nazionale per capire, sondare, muovere le acque e i fondali facendo magari emergere qualche granchio in grado di pizzicare: Tremonti è – e con il tempo rischia di diventare sempre di più – il collettore dei voti moderati, borghesi e “bianchi” di quel Nord produttivo e insoddisfatto che non si ritrova più nella coalizione di centrodestra (o almeno nel suo clima di baruffa continua, denunciato non a caso dal vice-presidente lombardo ed esponente di An, Viviana Beccalossi, nel corso di una festa del Carroccio) né tantomeno nell’estremismo della Lega Nord: voti che un tempo erano targati Democrazia Cristiana e che oggi, soprattutto dopo che le sirene di Follini sono risuonate anche a Rimini, sono prede da conquistare strappandole al fascino seduttivo ma decadente della disillusione e della tentazione astensionista.

VERSO UN’ANTI-POLITICA ATTIVA?
Sottovalutare l’appeal di uno come Tremonti sull’elettorato di centrodestra sarebbe un errore mortale, così come pensare che la nascita di un soggetto politico-civico attorno al titolare di via XX Settembre possa risultare assolutamente indifferente a quella sempre maggioritaria e insofferente parte della Margherita che trema nel vedere avanzare Bertinotti e Diliberto e guarda con interesse al neo-centrismo per uscire dal clima di neo-massimalismo che sta ammantando l’Ulivo in fieri (la candidatura di Cesare Salvi alle primarie del centrosinistra come uomo del correntone Ds la dice lunga). D’altronde se la convivenza tra Calderoli e Alemanno non pare priva di attriti, quella tra Enrico Letta e Paolo Cento trascende la politica e si ascrive di diritto alla letteratura kafkiana. Ma, e mai come questa volta l’avversativo è d’obbligo, gli spifferi romani lasciano filtrare un’interpretazione più complessa e ardita del “tenero” dialogo sulle rive del lago Maggiore: a spingere Tremonti tra le braccia di Prodi, quasi si trattasse di Demi Moore in “Proposta indecente”, sarebbe stata la benedizione proprio dell’amico e sodale di sempre Silvio Berlusconi, interessato non tanto a vagliare le reazioni della stampa e dell’Ulivo quanto a gettare un sasso nella stagno di casa, inviando cioè un segnale agli alleati che suona all’incirca così: attenti a non dover rimpiangere, in tempi brevi, la scelta che mi avete costretto a fare. Messaggio sottinteso, pensateci non una ma mille volte prima di chiedermi ancora “sacrifici”. I quali, si è affrettato a dire lo stesso premier, potranno giungere in chiave di rimpasto soltanto se Marco Follini accetterà di entrare al governo, condividendo quindi anche i bocconi amari e non solo le prelibatezze riservate all’opposizione interna. D’altronde per valutare quale sarà il peso della variabile Tremonti nella politica italiana bisognerà attendere poco, più o meno il tempo necessario per giungere agli inevitabili commenti che l’ex ministro sarà “obbligato” a fare sulla Finanziaria del suo successore Siniscalco: il futuro dell’uomo che in molti, anche e soprattutto per disinnescarne il potere minante, vorrebbero candidato del centrodestra per il comune di Milano (ma altrove cominciano a filtrare anche tentazioni regionali) potrebbe essere svelato prima di Natale, divenendo regalo per qualcuno e carbone per altri. Calcolando che, a dispetto della rumorosa assenza di cui è stato protagonista fino a domenica scorsa, Giulio Tremonti continua a intrattenere un solido rapporto – diretto o per interposta ma fidata persona – con il convalescente Umberto Bossi. In un tale contesto – e con la prospettiva di un voto all’anno da qui al 2006 – l’ipotesi di una polarizzazione del voto e del consenso verso liste ad personam o comunque verso una logica dell’anti-politica tradizionale in nome del fare, appare sempre più probabile: ecco quindi spiegata l’importanza, seppur tutta da decifrare, dell’uscita settembrina di Tremonti. Giulio sarà lepre da rincorrere, lupo che annusa l’aria o cavallo di Troia? Una cosa è certa: i destini di Forza Italia passano certamente più da Milano che da Gubbio.

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