Guerra all’Irak, un’altra Waterloo?
Da quando il 5 maggio scorso Jacques Chirac è stato rieletto alla presidenza della Repubblica e, sulla scia di quel risultato, il nuovo governo del Primo ministro Jean-Pierre Raffarin ha ottenuto dagli elettori una larga maggioranza in parlamento, la Francia sembra aver ritrovato il dinamismo diplomatico che dall’epoca della coabitazione con il socialista Lionel Jospin sembrava aver lasciato il posto a delle rivalità personali e caratteriali. Il risultato più eclatante ottenuto nelle ultime settimane dalla diplomazia francese, oltre al rinvio della riforma della Politica agricola comune (Pac), che vede gli agricoltori francesi tra i principali beneficiari, è lo stallo imposto al governo americano che voleva sbarazzarsi rapidamente di Saddam Hussein, da più di vent’anni grande amico della Francia. Approfittando del suo diritto di veto come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, la Francia, sostenuta dalla Russia, opera per permettere al governo irakeno di mantenersi al potere, e se le critiche al bellicismo del governo americano possono avere qualche fondamento, le ragioni che spingono il governo francese a sostenere Saddam Hussein non sono certo di natura umanitaria; non va dimenticato infatti che la Francia nel 2000 e nel 2001 è stata il primo fornitore dell’Irak, in termini di flusso commerciale, con il 14% di penetrazione del mercato irakeno. Se è normale che il governo francese difenda gli interessi commerciali del proprio paese, come fanno gli americani, volersi presentare come dei filantropi è forse fuori luogo, come suggerisce un recente episodio. Eric Woerth, deputato della maggioranza e tesoriere dell’Ump, il partito di Jacques Chirac, si è visto affidare la presidenza del gruppo Francia-Irak dell’Assemblea nazionale, ma la sua nomina ha scatenato la reazione di un altro deputato della maggioranza, Didier Julia che, convinto di avere diritto a quella presidenza, il 25 ottobre ha criticato in questi termini la designazione di Eric Woerth: «Dare l’impressione di voler raccogliere le ricadute finanziarie della politica di Jacques Chirac nei confronti dell’Irak contribuisce sfortunatamente a discreditarne la natura». Ma forse non sono solo delle ragioni economiche o di prestigio internazionale che guidano la diplomazia francese nel suo braccio di ferro con gli Stati Uniti; mercoledì 30 ottobre è stato reso pubblico il rapporto sulla manutenzione del materiale militare presentato all’Assemblea nazionale dal deputato della maggioranza Gilbert Meyer. Nel rapporto, oltre al degrado dell’operatività dei sottomarini nucleari d’attacco, per esempio, passata dal 69,9% del 1997 al 38,8% del 2002, o a quella degli elicotteri Gazelle, passata dall’80% al 40%, il punto cruciale è la constatazione che l’esercito «sembra oramai al limite delle sue attitudini professionali», e che «lo schieramento di 50mila uomini, deciso nel quadro di un’azione degli alleati, non potrebbe essere compiuta istantaneamente con il materiale attuale». In altri termini, come dirà in modo più esplicito il rapporto: «Le forze armate si trovano (…) sul filo di una rottura delle proprie capacità».
Niente di grave, se non fosse per l’orgoglio ferito della grandeur del governo francese, che rischierebbe di trovarsi in braghe di tela se il Consiglio di sicurezza dell’Onu decidesse di seguire gli americani nella loro guerra contro Saddam.
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