Guerriglia anti-Moratti,ultimi fuochi

Di Pietro Piccinini
09 Settembre 2004
Comincia un nuovo anno scolastico, e la riforma Moratti va a regime. Grazie al realismo di chi la apprezza (con appunti critici) e alla stanchezza degli avversari pregiudiziali. La parola ai protagonisti

Mercoledì 8 settembre è toccato agli studenti della Lombardia, nei prossimi giorni toccherà anche a quelli delle altre regioni: fine della pacchia, si torna a scuola, come ogni anno. Milioni di giovani, cartella in resta e vacanze in testa, riempiono di nuovo corridoi e aule degli istituti di tutta Italia, come ogni anno. Come ogni anno, a settembre si ricomincia. Ma quest’anno c’è una novità. Si chiama riforma.
Eh sì, ritirati dalla piazza gli alunni contundenti da abbattere sulla testa del ministro Moratti, tra domande, dubbi e resistenze degli addetti ai lavori, tutte le scuole materne, elementari e medie inferiori del paese dovranno nominare i famigerati tutor, elaborare l’offerta delle ore opzionali che sostituiranno il tempo pieno, studiare il “portfolio” dello studente per misurarne i progressi, organizzare l’insegnamento dell’inglese e dell’informatica… Ma come? E quel gran fuoco dei vari comitati e coordinamenti anti-Moratti? Si è forse estinto?
Nel circolo didattico “Elsa Morante” di Milano, racconta un membro del consiglio di circolo, «dopo due anni trascorsi a discutere mozioni che arrivavano regolarmente dall’esterno, preconfezionate (roba da consiglio di fabbrica), e soprattutto senza aver mai letto una sola riga del testo della riforma, la scuola di fatto ha deciso di ripartire quest’anno esattamente come l’anno scorso. Il tutor? Niente da fare, non lo vogliono. Nessuno vuole farlo, perché implica una responsabilità in più, bisogna ascoltare i genitori che rompono… E intanto mia figlia, all’asilo, tra i supplenti e quelli di ruolo, ha cambiato 18 insegnanti in 3 anni. Ma che tipo di esperienza fa un bambino in queste condizioni? Magari impara le nozioni, ma dal punto di vista affettivo come cresce? Di queste cose tentavo di discutere in consiglio, ma sono stato isolato: ci si preoccupava di più delle ore di mensa, perché il volantino dei Cobas parlava della mensa. Io non credo affatto che la legge Moratti sia perfetta, anzi, condivido molte osservazioni dei critici. Ad esempio, non avrei fatto dell’inglese e dell’informatica il “manifesto” della riforma: per un bambino delle elementari che nemmeno sa scrivere in italiano, ci sono cose che contano di più di saper usare il computer. Eppure mi sono anche beccato del “berlusconiano” e del “borghese”, perché gli insegnanti che conducono l’opposizione alla riforma in realtà sono avversari di chi quella riforma ha proposto, e cioè del governo Berlusconi. È per questo che, invece di informare serenamente le famiglie circa i termini del riordino, le aizzano e diffondono i proclami allarmistici, preconfezionati e astratti dalla realtà di ReteScuole».
Conferma Rita Olivo, insegnante della scuola elementare e materna di Omegna (Vb): l’agitazione contro la riforma Moratti è sostanzialmente dettata da un pregiudizio ideologico, «la maggior parte degli insegnanti e dei genitori non conosce nel merito la legge. In genere si segue il gruppo trainante, che a sua volta è mosso dai sindacati. Stamattina (6 settembre, ndr) su sei circolari che ho firmato, tre erano volantini della Cgil. Ma non è un fatto eccezionale: il materiale della Cgil si discute abitualmente nei collegi docenti, vengono proposte delibere che sono scaricate direttamente dal sito web della Cgil e contestualizzate solo grazie a due o tre paroline scritte negli appositi spazi. E oltretutto spesso si tratta di materiale, secondo me, incostituzionale. Nell’ultima delibera, che riprendeva i contenuti di un volantino della Cgil ovviamente, il collegio docenti veniva invitato ad impedire l’applicazione della riforma, cioè di una legge dello Stato, in forza del fatto che le trattative tra Aran e sindacati non sono ancora concluse. Come se la Cgil potesse avvalersi del nostro contratto per arrestare l’applicazione di una legge su cui non è d’accordo. Siamo all’assurdo: giocando sulla disinformazione degli interessati si può tentare di far passare qualsiasi idea. Per fortuna la nostra dirigente ha deciso di ignorare la delibera e applicare comunque la legge».
Non inganni dunque il silenzio dell’estate appena trascorsa: la “resistenza” scolastica cresciuta all’ombra dell’intransigenza sindacale si accanisce ancora vigorosamente contro il ministro dell’Istruzione. Tant’è vero che dal sito di ReteScuole possono già essere scaricati i volantini anti-Moratti contestualizzabili da distribuire davanti a tutte le scuole il primo giorno di lezione.
È vero anche, però, che in molte scuole l’atteggiamento nei confronti del riordino dei cicli scolastici sta cambiando. «L’opposizione alla riforma c’è ancora – spiega Gina Scarito, preside della scuola media statale “Puecher” di Milano – ma non si manifesta più in maniera rumorosa. Nel caso di questo istituto, insegnanti e genitori hanno capito che ormai la riforma è una legge dello Stato che deve essere applicata, perciò, di fronte alle ambiguità e alle contraddizioni che il testo oggettivamente ancora si trascina, l’atteggiamento che prevale non è di ostilità assoluta, ma al massimo di attendismo. Se per esempio, siamo già in grado di offrire a tutti gli studenti l’inglese obbligatorio e il francesce come seconda lingua, per quanto riguarda la nomina dei tutor invece abbiamo deciso di aspettare la modifica del contratto. Se, infatti, invece di conservare un clima di incontro tra i soggetti educanti e gli alunni, andiamo allo scontro su questioni della legge non ancora definite con chiarezza, possiamo abbandonare da subito la speranza di applicare la riforme. La chiusura ideologica di certi oppositori impedisce di vedere che la legge 53, ruotando intorno al concetto di autonomia come libertà e personalizzazione, vuole in realtà costringere gli insegnanti a coinvolgersi di più nel rapporto con gli studenti e con le loro famiglie, cioè vuole rilanciare la professionalità dei docenti, che in questo modo non sono più solo impiegati, ma, appunto, professionisti. Credo insomma che a monte di tutta la protesta ci sia un problema di informazione e formazione degli insegnanti. Ma da contratto non si può obbligare nessuno ad aggiornarsi, perciò noi abbiamo scelto di partire da chi ci sta, stimando il lavoro di ciascuno e senza pretendere di precorrere i tempi. Nella legge, se non sbaglio, si parla di “processo graduale”…».
Anche nell’istituto comprensorio numero 4 “Don Rimoldi” di Varese, il clima è più disteso. «Il passaggio per me e i miei colleghi è stato più facile, perché è dall’anno scorso che nel mio plesso (accorpato quest’anno al “Don Rimoldi”) partecipiamo alla sperimentazione della legge Moratti», spiega Isabella Resta, che della scuola è collaboratrice vicaria con l’incarico di accompagnare l’istituto nel processo di riforma. «In base all’esperienza che ho fatto, dietro l’avversione preconcetta alla 53, io vedo l’incapacità da parte degli insegnanti di accettare la famiglia come soggetto educante a pieno titolo. Da una parte c’è il timore che la scuola perda il suo ruolo di preminenza nell’educazione, dall’altra c’è la paura che i genitori degli alunni possano interferire nel metodo di lavoro e criticarlo. Con la riforma Moratti, il ruolo del docente è giudicato dalla sua capacità di rapportarsi educativamente agli alunni. È questo che fa paura un po’ dappertutto. Lo vedo anche nella mia scuola, nonostante il dirigente abbia deciso da subito di rimboccarsi le maniche, di applicare la riforma e di farlo servendosi di “esperti” come me, alleggerendo così la fatica e i dubbi di molti».
La riforma Moratti, insomma, è legge. E per anni probabilmente nessun altro governo disporrà dell’enorme forza necessaria per modificare di nuovo il pigro sistema scolastico italiano. Perciò, di necessità virtù: anche gran parte dell’opposizione piazzaiola sembra aver deciso di tenersi la riforma del centrodestra, magari applicandola nella maniera più indolore possibile, o ripromettendosi in futuro di smussarne gli spigoli a colpi di circolari, o magari addirittura facendo eco agli incredibili proclami degli ultraresistenti sindacali. Ma nei fatti, comunque, smarcandosi dall’ottuso immobilismo di chi si pone sempre contro, anche nella speranza che sia ancora il governo Berlusconi a fare da parafulmine per l’opinione pubblica quando si tratterà (è roba dei prossimi mesi) di districare i grandi nodi che ancora mancano al riordino completo dei cicli: ci sono le medie superiori da affrontare; c’è la formazione degli insegnanti; e c’è il tema, tanto caro ai sindacati, del reclutamento dei docenti, che potrebbe presto diventare prerogativa dei singoli istituti. Alla faccia di chi ha paura delle riforme.

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