Guglielmino Vs Berlinguer

Di Cioni Laura
26 Aprile 2000
La rivoluzione dei programmi voluta dal ministro della Pubblica istruzione e dai suoi saggi non convince nemmeno i maggiori studiosi di sinistra. Dalla nuova edizione del manuale di Salvatore Guglielmino e Herman Grosser, uno dei testi di letteratura italiana più diffusi nelle scuole, una durissima critica alle riforme berlingueriane: in nome della modernità si cancella la nostra storia e la nostra cultura letteraria

Il breve testo di presentazione ai docenti della nuova edizione del manuale di letteratura italiana “Il sistema letterario” di Guglielmino-Grosser – opera che nelle precedenti due edizioni ha riscosso un notevole successo nelle scuole, anche per l’impostazione sorvegliatamente equilibrata tra tradizione e innovazione – è un attacco colto, e dunque misurato nelle parole, ma nella sostanza penetrante come una lama alla scuola voluta da Berlinguer e dai suoi collaboratori.

Può stupire che l’attacco venga da personalità appartenenti notoriamente alla stessa area culturale se non politica del ministro; ma chi ricorda il famoso articolo apparso sul Corriere della sera nel 1997 a firma di Cesare Segre, dal titolo invogliante “Dante e Petrarca bocciati in italiano”, prima presa di posizione di un italianista di altissimo livello contro le allora riforme striscianti di Berlinguer, può ricollegare i due interventi e a essi il malumore serpeggiante e in molti casi anche esplicitato di molti docenti di italiano per le novità di fatto introdotte nell’insegnamento della loro materia, anche se i programmi ministeriali sulla carta continuano a essere quelli della riforma Gentile.

Ma vediamo più da vicino che cosa dicono Guglielmino e Grosser.

Dapprima una importante osservazione di metodo: “Si potrebbe discutere all’infinito su queste disposizioni, ma non servirebbe a niente; l’atteggiamento più saggio e più proficuo è quello di prendere atto dell’esistente e lavorare, sperimentare, progettare all’interno delle disposizioni vigenti”. È una posizione positiva, sulla quale non si può che concordare. Occorre uscire dalle secche di una critica sterile e guadagnarsi lo spazio di un proprio lavoro autonomo.

Segue una serie di osservazioni che si abbattono come fendenti sulle direttive ministeriali. Esse sono riconducibili a due.

Innanzitutto la critica alla nuova periodizzazione, imposta di fatto dal nuovo esame di stato: fino al Cinquecento al primo anno del triennio, fino al Verismo al secondo, il Novecento al terzo. In questo modo, secondo i due autori, non si tiene conto della difficoltà che i ragazzi provano nel passaggio dal biennio al triennio e si richiede all’insegnante una carrellata attraverso tre secoli che vengono così sacrificati, quando sono i più grandi della nostra storia letteraria. Segre aveva visto giusto. Che ne sarà inoltre del lavoro sui testi, acquisizione didattica importantissima? C’è il pericolo di un ritorno alla mera consultazione del manuale.

L’altro fendente riguarda la didattica modulare, formula omnicomprensiva nella quale si vuole racchiudere tutto ciò che è “moderno”. Dopo aver preso in esame le 5 tipologie di modulo approntate dalla fervida fantasia dei funzionari del ministero, i due autori concludono che percorsi di didattica modulare sono ben presenti anche nell’insegnamento tradizionale. Nulla di nuovo dunque? No, perché l’insistenza ministeriale sul modulo evacua la dimensione storica, base essenziale per ogni altro approccio anche interdisciplinare, altrimenti ridotto a percorsi analogici privi di solida base culturale e critica.

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