
Habermas, Berlusconi e Wielgus vittime dello stesso virus. Quello dell'”odio virtuista”
Non so, naturalmente, se monsignor Wielgus sarebbe stato un buon arcivescovo di Varsavia. Il suo passato tormentato però, le testimonianze delle persone da lui aiutate proprio grazie ai suoi contatti ambigui col regime comunista, e il fatto che sia sopravvissuto, pentito, a questa tremenda discesa agli inferi, mi spinge istintivamente a pensare che sarebbe stato forse miglior pastore di molti preti “specchiati”, di quelli che non si sporcano mai le mani, ma forse anche salvano meno gente, perché il peccatore è sempre un fuorilegge, come anche i preti alla Wielgus.
Mi preoccupa, nelle campagne contro i peccati del passato, la richiesta di perfetta innocenza, piuttosto inumana. Nessuno di noi è innocente. Allora però, appare più chiaro il danno delle campagne per condannare i lontani peccati di qualcuno.
Prima di Wielgus, l’ultima vittima, qualche mese fa, di queste campagne “virtuose”, fu il filosofo Jürgen Habermas, accusato con violenza di essere stato nazista da ragazzino, quando era obbligatorio esserlo. Habermas è uno dei maggiori pensatori moderni, l’unico allievo della scuola di Francoforte capace di individuare con equilibrio i punti di forza, e di debolezza, della postmodernità. Un maestro che, da vero maestro, serve volentieri il suo tempo, e non si sottrae, lui laico, a ripetuti e fruttuosi confronti con Joseph Ratzinger, prima cardinale, e poi Papa. Ecco allora partire il fango. Com’era accaduto qualche mese fa con un altro scrittore contemporaneo, Günther Grass, che aveva ammesso di avere anch’egli, da giovane, partecipato all’avventura nazista. L’accusa di non essere innocenti, però, fa anche vittime collettive. Per ragioni opposte, gli ebrei, i tedeschi, i giapponesi, gli italiani, gli americani, ognuno di questi popoli viene periodicamente accusato, da parte di detrattori appassionati, per le sue passate responsabilità (la rapina della terra agli indiani, il fascismo, la condanna di Cristo), da cui discenderebbe una sorta di perpetua condanna. In questo caso capro espiatorio, non ammesso a godere della pietà dei pubblici accusatori, è un gruppo, anziché un individuo.
Tutte queste indignazioni puriste contro le debolezze degli individui, e le cadute dei popoli, rivelano, ad una minima presa di distanza, il loro vero ispiratore: l’odio. La richiesta all’altro di virtù assoluta e perenne, ed il rifiuto di perdonare le colpe, è un tentativo di nobilitare il proprio odio verso gli altri, col sigillo della virtù che esigiamo da loro. Questo odio, che da individuale diventa rapidamente collettivo, invade la società come un virus, e rischia di uccidere ogni affetto, e rispetto, per l’altro da sé, per il diverso. In Italia, questo sentimento è stato fortissimo nell’ispirare lo stile dell’opposizione durante il governo Berlusconi, ed è ancora profondo e diffuso.
Non riguarda però solo Berlusconi, la vittima può essere anche Wielgus, o chiunque altro. Attenti a non lasciarci contagiare dall’odio virtuista.
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