Hannah. La sorprendente attualità di un genio dell’amicizia

Di Persico Roberto
24 Agosto 2006
L'eredità intellettuale della storica e filosofa che infiammò la vita culturale europea e americana degli anni Cinquanta e Sessanta. Le intuizioni e il realismo di una "conservazionista" rivoluzionaria

Il prossimo 14 ottobre Hannah Arendt compirà cento anni. Non sarà possibile celebrare l’augusto genetliaco insieme alla festeggiata, che ci ha lasciati nel 1975. Potrà però essere l’occasione per rischiare un giudizio sull’eredità intellettuale di questa pensatrice dello scorso secolo, su cui continuano a essere pubblicati libri e articoli in tutte le lingue filosofiche del mondo. È del resto la stessa Arendt che ci invita a farlo, con le sue opere ma innanzitutto con la sua stessa vita: solo chi giudica è veramente umano e l’incapacità di giudicare è la principale causa dell’affermazione del male.
È quel che la Arendt scoprì durante il celebre processo ad Adolf Eichmann (1961) – l’ufficiale delle SS che aveva organizzato la deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio durante la Shoah. Eichmann non era particolarmente malvagio, era solo stupido, vale a dire era incapace di pensare da sé, usava continuamente degli stereotipi e si esprimeva esclusivamente in un linguaggio burocratico. Da qui la tesi della banalità del male, che infiammò per alcuni anni il dibattito intellettuale, soprattutto in campo ebraico. Mi sembra che sia questo il primo dato culturale per cui dobbiamo ancora oggi essere grati alla Arendt: il male può al più essere estremo, può diffondersi dappertutto come un fungo e provocare l’irreparabile; esso però non può mai essere radicale – non può avere radici, non può essere profondo. Solo il bene può esserlo. Come rilevò il maestro e amico Karl Jaspers, si tratta di una radicale confutazione di ogni prospettiva gnostica che vede il male come un principio che sta allo stesso livello ontologico del bene, solo di segno opposto. Si tratta di un’apologia (concretamente ispirata dalla storia terribile del Novecento) dell’antica tesi greca e cristiana del male come privazione del bene.
Un aspetto della lettura arendtiana dell’antisemitismo ci può aiutare a leggere con più attenzione le questioni sollevate dall’odierna società multietnica. La Arendt ha sempre denunciato come pericolosamente illusoria la convinzione, diffusa tra gli ebrei europei prima della loro emancipazione, di scambiare la loro assimilazione sociale con la discriminazione politica. In tal modo essi hanno potuto vivere in Europa in maniera più o meno pacifica per secoli, ma sempre sotto la tutela di qualche signore particolarmente illuminato o benevolo. E, dopo l’emancipazione, sono stati indotti a sbarazzarsi della propria identità ebraica, o a confinarla in un campo totalmente intimo e privato, nell’illusione di raggiungere così una perfetta uguaglianza nella sfera pubblica. Il fatto è che la differenza è dato costitutivo dell’essere umano, un dato allo stesso tempo naturale e culturale, e l’uguaglianza dei diritti civili e politici è un artificio prodotto dalla legge umana. La pluralità dello spazio pubblico – lo spazio in cui gli uomini agiscono parlando e si mostrano reciprocamente – è data proprio da questa tensione tra la diversità naturale e storica e l’uguaglianza giuridica. Se viene meno questa tensione tra l’ambito privato e lo spazio pubblico non c’è più alcun pluralismo, ma solo omologazione. C’è la società di massa. Non si tratta di considerazioni che ci possono lasciare oggi indifferenti, in un momento in cui, per i sostenitori di un certo laicismo, chi si affaccia sulla scena pubblica dovrebbe censurare la propria identità culturale.

La provocazione ai genitori
Ora, la Arendt applica questo impianto teorico anche al problema della discriminazione degli afro-americani negli Usa degli anni Cinquanta e Sessanta. Secondo la sua opinione, i neri americani non dovevano puntare tanto al riconoscimento sociale quanto all’emancipazione politica. La riflessione della Arendt parte da una celebre foto che ritrae una ragazzina nera mentre, al ritorno dalla scuola statale dove per la prima volta era stata ammessa in una classe “razzialmente mista”, è circondata da una folla di bianchi che la insultano. La Arendt ovviamente condanna l’episodio, ma allo stesso tempo critica i genitori della ragazza che la hanno esposta al pubblico ludibrio. A suo modo di vedere i neri dovrebbero puntare a ottenere dal governo il riconoscimento dei diritti civili e politici, ma non possono aspettarsi che la legge fornisca loro il riconoscimento sociale che può venire solo dagli altri individui. Obbligando i genitori dei ragazzi bianchi a mandare i loro figli a scuola coi ragazzi neri la discriminazione sociale viene invece fomentata.
Si tratta di una presa di posizione assai provocatoria, comprensibile solo a partire dalla considerazione che per la Arendt l’educazione è un fenomeno che appartiene anzitutto alla sfera domestica, familiare, privata. Il nuovo nato deve essere introdotto al mondo, dice la Arendt in un bel saggio del 1958 sulla crisi dell’educazione, in cui attacca la prassi educativa americana ispirata da Dewey e dai suoi numerosissimi seguaci. Questa introduzione al mondo richiede saggezza e prudenza, perché il mondo è complesso e ambivalente. Il giovane deve imparare a muoversi in esso con circospezione ma anche con fiducia, perché – e la Arendt non si stancherà mai di ripeterlo anche nei momenti più bui della sua esistenza – il mondo è in ultima istanza buono e bello. L’emozione fondamentale che permette di conoscere il mondo per ciò che esso è, è quella della gratitudine, e il dono di cui essere innanzitutto grati è l’esistenza stessa.
Certo, l’esistenza è qualcosa di fragile, di delicato, e necessita che si diano le condizioni perché possa attecchire e svilupparsi; e le condizioni vanno difese con decisione, altrimenti potremmo trovarci di fronte a un cambiamento della natura umana. Due condizioni della vita umana vengono oggi particolarmente minacciate: la natalità e la pluralità. Pur nella consapevolezza della frattura della tradizione, la Arendt non viene mai meno alla sua fondamentale intuizione umanistica che la salvezza del mondo e dell’essere tout court sia nelle mani degli uomini. Gli uomini (al plurale) esistono perché sia possibile un nuovo inizio, perché la novità vera entri nel mondo, e con essa forse la salvezza. Ecco perché la vita umana non deve poter essere programmata: verrebbe meno tale spontanea irruzione del nuovo che ogni vita umana porta ontologicamente con sé.

Natalità e pluralità
Ma gli uomini salvano il mondo non solo con la loro nascita e con le loro azioni, ma soprattutto esercitando la propria ragione. Non tanto la ragione calcolativa e raziocinativa, quanto la ragione come comprensione, come narrazione degli eventi, capace di scoprire in essi un senso. In altri termini, la ragione come giudizio. Il totalitarismo è stato il più grande tentativo di eliminare l’uomo dalla storia dell’umanità, di cancellare con l’ideologia, la propaganda, il terrore, la sua innata capacità di iniziare e di giudicare. I campi di sterminio, dove gli uomini erano ridotti a numeri, non sono stati tragici incidenti, ma rappresentano il modello di società che i regimi totalitari intendevano instaurare. Il vero nemico del totalitarismo è l’uomo che con la sua ragione cerca di comprendere il perché delle cose, le racconta e le giudica; è l’uomo che agisce sulla base del proprio giudizio del bene e del male.
Ecco perché la valutazione del pensiero arendtiano dal punto di vista delle tradizionali categorie politiche di destra e sinistra non può che essere ambigua. Da un lato ella esalta l’azione umana nella sua capacità innovativa e celebra, in polemica con le tendenze partitocratiche della politica contemporanea, quei fenomeni di irruzione dell’imprevedibile che sono nei loro inizi i processi rivoluzionari. Dall’altro, però, difende costantemente la conservazione di quelle condizioni dell’esistenza umana che della novità e dell’imprevedibilità sono prerequisiti necessari: la natalità e la pluralità innanzitutto. La Arendt è allo stesso tempo una radicale e una “conservazionista”. In ciò anticipa in un certo senso alcune importanti intuizioni del pensiero ecologista contemporaneo, che si batte per la conservazione della diversità biologica e che mette in luce i rischi di ogni pianificazione razionalistica delle risorse naturali per difendere l’imprevedibilità dei processi di selezione naturale. A differenza di molti ecologisti contemporanei, però, la Arendt applica questo approccio anche all’essere umano, mettendo in luce che ciò che lo caratterizza come tale rispetto a ogni altra specie vivente – il discorso dialogico, l’azione, il giudizio – dipende da condizioni date, e in tal senso “naturali”, che non tutto nell’uomo è frutto del suo fare, che la cultura va intesa – secondo il suo etimo originario – non in opposizione alla natura ma come prendersi cura e sviluppo di ciò che con la condizione umana è dato.
Se tale insegnamento arendtiano darà i suoi frutti, ci sarà più facile evitare che una nuova ideologia, dal volto buonista e apparentemente non violento, informi le menti e i cuori degli uomini del terzo millennio. Un’ideologia che ci pone davanti l’utopia di una società senza dolore e senza malattia realizzata dalla tecnoscienza applicata alla salute dell’uomo. Una società dove persino la natalità sarà pianificata e con ciò verrà ridotta la pluralità e l’imprevedibilità che ineriscono alla condizione umana.
Raffaele Mancini

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