Herat, dove i sanguinari mujaheddin sono eroi soli

Al Mausoleo della Rivoluzione di Herat, nel nord-ovest dell’Afghanistan, i cannoni e le mitragliatrici che scacciarono i sovietici sono ben allineati e ricoperti, a conservarli dalla polvere, e dal tempo. Il guardiano mostra sulle pareti di maiolica, vergati in rosso sangue, l’infinita serie di nomi dei mujaheddin caduti nella rivolta contro gli invasori, e il numero di questi nomi è così grande, che ti smarrisce. Sta, in mezzo al cortile, come un muto testimone, un elicottero sovietico che già la ruggine corrode; poco lontano, sotto le colline, un cimitero di carri armati morti e sfasciati, le torrette divelte, oscenamente squartati dai missili. Giacciono lì come rocce sotto il sole già caldo, percorsi a balzi dalle prime lucertole, e quasi distrattamente ti domandi che ne è dei ragazzi che li guidavano, se anche le lamiere nel combattimento sono state così atrocemente storpiate.
Gli uni, gli altri, nemici e uomini. Nei cimiteri afghani è usanza che sui tumuli di pietre si pianti la bandiera nazionale, se il morto è caduto in battaglia. In una valle della regione di Chucrun, a 70 chilometri da Herat, il piccolo cimitero è tutto uno sventolare di bandiere consunte, lacere. Alcune sono ridotte a pochi fili che il vento della vallata sembra volere strappare. Sotto l’orizzonte infinito delle montagne ancora bianche di neve i campi coltivati a riso secco, e i villaggi di fango come oasi, tornati in pace. I contadini arano ancora i campi con l’aratro tirato da un bue, ma non c’è traccia di fame nei bambini sorridenti che si fanno incontro agli stranieri.
Così era l’Afghanistan prima, prima dei talebani e del fragore dei carri armati sovietici su questa terra? Gli afghani hanno ancora paura di quegli invasori. Tremano nei villaggi ancora, nel sentirli evocare. I mujaheddin, sanguinari, sono i loro eroi. Gli unici eroi di questa gente calpestata. Per quanto abbiano ucciso o distrutto, sono i liberatori. Ogni popolo ha bisogno di eroi.
Ma lo straniero che passa e vede quei tumuli di pietre e le bandiere lacere che il vento pare volere stracciare, avverte come un’attesa nel gran silenzio di queste valli. Vede i bambini dei villaggi, immagina che quei morti siano stati un giorno in tutto uguali a loro, sa le violenze atroci che hanno falciato per 25 anni questo paese come un campo di grano. Eppure, sulle facce dei figli, sulle distese chiare di germogli, sotto il cielo terso, un’ansia muta di resurrezione.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.