Hollywood party

Di Respinti Marco
08 Dicembre 2005

Ricordate il maccartismo? Lo si è detto una sorta di “fascismo americano” che perseguitò gli avversari accusandoli di essere spie al soldo di Mosca. In particolare di aver colpito la “fabbrica dei sogni” con una crociata moralistica e insulsa che sosteneva che proprio lì si annidavano i nemici più pericolosi. Ora, che il senatore Joseph R. McCarthy fosse un po’ rozzo, un po’ facilone e che non andasse per il sottile è vero. Vero però è anche che l’industria cinematografica americana fu sì il ricettacolo di simpatie comuniste. E per di più in tempi niente affatto tranquilli.
Lo illustra Kenneth Lloyd Billingsley (direttore editoriale del Pacific Research Institute di San Francisco) con Hollywood Party: How Communism Seduced the American Film Industry in the 1930s and 1940s (Forum, Rocklin [California] 1998). Usa fonti originali, studi indipendenti e McCarthy lo cita solo tre volte in più di 350 pagine. Un libro che, secondo l’attore Charlton Heston, non deve mancare da alcuna seria biblioteca. Forte anche d’informazioni tratte dagli archivi sovietici, Billingsley mostra e dimostra la strategia del piccolo ma agguerrito partito comunista Usa per assumere il controllo di uno dei più potenti veicoli di cultura popolare del mondo di oggi. E quindi per condizionare pensieri, gusti, sensibilità di un Paese intero. Per fortuna fallì.

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