I benefici (una volta tanto) della realpolitik
Uno dei nodi della politica mondiale che sta venendo al pettine in occasione della Grande Guerra al terrorismo è il rapporto tra le (ex) superpotenze della Guerra Fredda, gli Stati Uniti da una parte, Russia e Cina dall’altra, che ha avuto una rappresentazione assai efficace al summit dei paesi del Pacifico. La Cina comincia solo adesso a proporsi come partner politico affidabile, e il presidente Bush non ha mancato di rimarcare ancora la doverosa diffidenza occidentale per la questione dei diritti umani e politici; è il prezzo di Tienanmen, non ancora pagato per intero. La Russia invece può ormai presentarsi con un abito immacolato: dopo l’11 settembre nessuno si sogna di accusare Putin per la Cecenia, anzi, viene quasi da chiedergli scusa per non avergli dato abbastanza retta prima. Inoltre il rapporto diretto tra Bush e Putin appare decisamente efficace, senza le smancerie dei primi anni Novanta (il mio amico Bill, il caro Boris) e con la calma smaliziata dei discendenti della Cia e del Kgb, che sanno riconoscersi al primo sguardo. Inizia, in un certo senso, una nuova era dei rapporti bilaterali tra russi e americani, che finalmente non sono più costretti ad amarsi, e cominciano a capire i veri motivi per cui non possono odiarsi. Gli errori e le illusioni del decennio post-comunista avevano portato infatti i due popoli a una situazione abbastanza assurda, rischiando di risuscitare dal nulla situazioni degne della Guerra Fredda. La Russia credeva di avere il diritto e la possibilità di diventare la copia eurasiatica della società americana, mentre gli Usa volevano imporre ai russi un sistema di vassallaggio e protezione dei propri interessi sul fronte orientale. Oggi è evidente che la Russia non può uscire dalle proprie contraddizioni senza l’aiuto americano, che non può però prendere la forma dell’ennesimo “Piano Marshall”, ma deve armonizzarsi con i ritmi ancora molto bizantini e “sovietici” della società e della politica russa, dove si è visto che anche i meccanismi formali della democrazia funzionano in modo assai diverso. La Russia infatti è un paese che non conosce la dialettica tra le parti politiche di stampo europeo e anglossassone, pur non essendo di tradizioni così ascetiche e unanimistiche come i grandi popoli asiatici indocinesi. Del resto anche l’America non può permettersi di trascurare i russi nella propria strategia di controllo mondiale, pena l’ingovernabilità dei processi di globalizzazione. Si tratta di riformulare le relazioni rendendole più costruttive e adatte anche alla pace: bisognerà impegnarsi a fondo e lavorare seriamente per evitare incomprensioni e fraintendimenti macroscopici, come quelli che portano a vedere i terroristi come rappresentanti dei poveri e gli americani come i dittatori del pianeta. Bene fanno quei paesi e quei capi di governo, come Blair e Berlusconi, che capiscono oggi l’esigenza di stare in prima linea, correndo dei rischi in prima persona, dando un esempio che l’Europa nel suo complesso dovrebbe seguire con maggiore prontezza di riflessi (dote per la quale non si distinguono i funzionari di Bruxelles). È tempo di rispondere alle sfide, come insegna a tutti Papa Giovanni Paolo II.
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