I care!
Mi ha aiutato (a parte emergenze) non chi si è preso “care” – cura – di me, bensì chi mi ha accompagnato finalmente prendermi cura io di me, della mia salute, salvezza compresa. Allora sì che posso domandare a qualcuno, come iniziativa insindacabil(izzabil)e, di prendersi cura di me. Il primo “care” riguarda me, solo dopo potrò chiedermi quale è il “care” di competenza d’altri. L’“I care” assoluto si chiama totalitarismo: non ha la minima “care” della competenza individuale nel “care”. L’“Internazionale” di Pottier (1871) recita: “Il n’est pas de sauveur supreme, ni Dieu, ni César, ni Tribun” (“Non c’è alcun salvatore supremo, né Dio, né Cesare, né Tribuno”). Aveva ragione. Cesare, quando è un po’ onesto, non soppianta la “care” di ciascuno. E il Dio cristiano ancora meno, dato che desidera la libertà cioè il “care” di ciascuno. È il Tribuno (moderno) a non avere “care” della competenza individuale. È la tragedia del comunismo, nel non avere affatto ascoltato Marx – ma lo stesso Marx non ha ascoltato Marx – quando osservava (I Libro del Capitale, cap. 6) che la tragedia dell’operaio come classe era la sua libertà astratta di potere soltanto vendere se stesso come merce (“forza-lavoro”), senza potere liberamente produrre merce per offrirla, ossia competenza. Il comunismo non ha voluto che il proletario dicesse: “I care”.
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