I cartoons che spaventano il Londonistan
«Penso che la nuova pubblicazione di queste caricature sia stata offensiva, indelicata, abbia mancato di rispetto e sia qualcosa di negativo. C’è la libertà della stampa, la rispettiamo tutti. Ma non c’è obbligo di insultare o di essere gratuitamente incendiari». Questa la posizione del ministro degli Esteri britannico, Jack Straw, sulla contrapposizione esplosa tra Europa e paesi arabi riguardo i cartoons raffiguranti Maometto. Una posizione sostanzialmente simile a quella del Times, l’ammiraglia editoriale della flotta Murdoch, secondo il quale «sulla pubblicazione delle vignette di Maometto si è aperto “uno scontro di civiltà” tra l’Europa e il mondo islamico che ricorda quanto successe con Salman Rushdie, l’autore dei Versetti satanici contro il quale l’ayatollah Khomeini emise una fatwa, una sentenza di morte». Fatta questa premessa, il quotidiano britannico ha deciso di non ripubblicare le vignette contestate, visibili invece sul sito internet: una scelta a metà, motivata dal fatto che «se la loro iniziale pubblicazione sul giornale danese poteva apparire come la reazione appropriata verso i fanatici che ne avevano chiesto la proibizione», la ripubblicazione mesi dopo ha «un elemento di esibizionismo fine a se stesso».
In queste ore la Gran Bretagna brucia di un fuoco che cova pericolosamente sotto la cenere di una tensione etnico-religiosa mai sopita dopo le stragi del 7 luglio. La concomitanza di eventi che sta toccando il paese in queste ore, poi, è impressionante. Lo scandalo dei cartoons “blasfemi” è infatti esploso in quasi contemporanea con la bocciatura ai Commons, per un solo voto (proprio quello del premier che, per un errore di calcolo del capogruppo laburista, è rimasto a Downing Street invece che recarsi in aula a votare), della legge contro l’incitamento all’odio religioso fortemente voluta da Tony Blair e altrettanto decisamente contrastata da politici, comici, intellettuali e dalla stessa comunità musulmana britannica. Il testo licenziato dai Comuni, infatti, è quello emendato dai Lords, che prevede la persecuzione solo di alcune espressioni particolarmente lesive e che prevede la conditio sine qua non della volontarietà per avviare un’azione giudiziaria.
Inoltre, il 1° febbraio, in piena bagarre, è stato comunicato che il leader xenofobo del British National Party, Nick Griffin, e un militante dello stesso partito, Mark Collett, dovranno affrontare un secondo processo per istigazione all’odio razziale e religioso dopo che il giorno prima la corte di Leeds li aveva assolti dai due capi di imputazione che li vedevano alla sbarra.
Macellare chi insulta il profeta
Una polveriera, insomma. Ma le coincidenze temporali non sono terminate: giovedì 2 febbraio è stato reso pubblico il nuovo rapporto sul rischio terroristico in Gran Bretagna stilato dalla commissione indipendente guidata da Lord Carlile. Inquietanti, a dir poco, le conclusioni cui si è giunti dopo mesi di lavoro fianco a fianco con l’intelligence: «Esiste un reale e presente pericolo di attacchi terroristici eclatanti attraverso l’uso di suicide bombers sul territorio britannico, un rischio reso ancora più grande dalle misure di controllo domiciliare – control orders – applicate ai sospetti di terrorismo al posto della detenzione in carcere. Dobbiamo quindi attenderci altri attacchi suicidi e i bersagli non sono prevedibili».
Poi, sabato 4 febbraio, l’apoteosi. Dalla moschea di Regent’s Park un corteo con centinaia di militanti islamici ha sfilato fino all’ambasciata danese di Sloane Square scandendo slogan contro l’Occidente, rivendicando l’11 settembre e chiedendo la decapitazione e la macellazione di «chiunque insulti il profeta di Allah». Il tutto mentre all’Old Bailey la corte condannava a sette anni di carcere per istigazione all’omicidio Abu Hamza, l’imam uncinato della moschea di Finsbury Park. Spaventosi i dettagli emersi nel corso dell’istruttoria e tenuti segreti fino ad oggi: nel corso della perquisizione compiuta nel 2004 all’interno della moschea, la polizia ritrovò tute per emergenze batteriologiche, armi da fuoco (tra cui un fucile mitragliatore), coltelli da caccia, bombe a mano, manuali d’addestramento e detonatori. Una vera e propria santabarbara nel cuore della capitale britannica, un covo dell’odio nel cuore del Londonistan multirazziale.
Dentro gesù, fuori i decapitatori
«Quella moschea era un vero e proprio centro di reclutamento di Al Qaeda, non un luogo di culto – dice a Tempi Robert Oulds, direttore del Bruges Group, think tank del Partito conservatore fondato da Margaret Thatcher – e il fatto che proprio mentre erano in corso le inaccettabili proteste degli islamici qui a Londra, all’Old Bailey si stesse per pronunciare la sentenza contro questo imam fa capire il perché di un certa tiepidezza della polizia nell’intervento. Dopo il 7 luglio questo paese è una polveriera che può scoppiare da un momento all’altro. Per questo motivo nessun giornale britannico ha ripubblicato quelle vignette: hanno troppa paura tutti quanti. Detto questo, il clima politico instaurato in Gran Bretagna dal Labour di Tony Blair ci ha portato a un’inaccettabile logica di doppio binario da parte dei corpi repressivi dello Stato: siamo al doppio standard di intervento da parte della polizia in nome del politically correct. Una piccola manifestazione di formazioni di destra contro l’estremismo islamico è stata infatti attaccata dagli agenti, mentre chi chiedeva la decapitazione degli infedeli è stato tollerato. è assurdo, la polizia ha caricato con violenza i rappresentanti pacifici della Countryside Alliance che manifestavano contro il bando della caccia alla volpe mentre per vedere in cella l’uomo vestito da kamikaze alla manifestazione del 4 febbraio c’è voluta una pesante campagna stampa del Sun. In questo paese stiamo pagando il conto a un multiculturalismo deviato: come si può arrestare, come è accaduto, un uomo che porta il cartello “Solo attraverso Gesù puoi arrivare al Paradiso” e lasciare libero chi annuncia l’arrivo del “vero Olocausto”?».
E il Labour di Tony Blair come risponde a queste accuse? «Non accettiamo lezioni di politica da parte di chi, votando contro il Religious Hatred Bill, ha tolto a giudici e polizia un’arma per combattere l’estremismo religioso», attacca per Tempi il deputato blairiano Pat McFadden. «Il pericolo che questo paese sta vivendo non è frutto del politically correct, ma di un’offensiva globale del terrorismo islamista che siamo tutti chiamati a contrastare sia con la forza che, soprattutto, con la politica. Serve una nuova idea di partecipazione e cittadinanza per prosciugare l’acqua ai predicatori dell’odio, gente che si nutre di malcontento ed emarginazione. E questa è la politica che sta perseguendo il nostro governo. Non è con le campagne xenofobe che si risolvono i problemi». Sembra l’Italia, ma non lo è. Qui gli assassini di Allah hanno già colpito e colpiranno ancora, se solo potranno. Londra brucia. Tutt’intorno, un mondo spaventato.
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