I cassaeurs aprigini e i nostrani ‘Che’ griffati
Deturpazione di luoghi, distruzione di cose, devastazione di qualsiasi merce od oggetto che l’orizzonte poteva offrire. La Francia ha vissuto giorni di luddismo metropolitano, un fenomeno nuovo nella sostanza e nella pratica. Con i banlieues sono saltate le categorie interpretative a cui siamo abituati fare riferimento. Sociologia e politica sono rimaste interdette al cospetto di roghi e focolai di protesta che non avevano nella ‘domanda’ il fulcro della loro azione. La novità sostanziale delle proteste parigine è stata proprio l’assenza di una fine. Abbiamo così assistito allo scatenarsi di una violenza che aveva come finalità solo se stessa, che si alimentava nel furore emulativo del nulla per il nulla.
In Italia, in un clima di campagna elettorale, qualcuno ha tentato di ‘vendere’ il degrado delle nostre province come il preludio per una rivolta tricolore. Parole che hanno ottenuto l’effetto di vedere qualche cassonetto bruciato in qualche città, ma nulla più. è rimasto sottaciuto invece un aspetto, certo poco cruento oggi, che ha riguardato i giovani ‘ribelli’ del nostro paese, i cani sciolti che applaudo Marcos e gli estimatori delle magliette con il Che ‘griffato’. Per chi fa politica seriamente, per chi a sinistra si è speso rompendo con la propria storia imboccando la strada della nonviolenza, il tema non si potrà eludere. è impossibile non essersi accorti di come tanti giovani, schierati a sinistra, non siano stati in grado di accogliere le immagini parigine con l’arma della critica severa e della condanna perentoria.
Stiamo parlando di giovani senza disagi legati all’esclusione, con uno stile di vita borghese e probabilmente incapaci di arrivare sino all’emulazione, ma intrinsecamente attratti dal moto della violenza. Attratti da un immaginario che riporta l’odierno ad un’idea del conflitto superata dal contesto storico e dal tragico fallimento conseguitovi. Esistono responsabilità e precisi doveri educativi elusi. Nel variegato mondo progressista, che va dall’editoria al cinema, sino al colorato e pittoresco movimento della protesta tout court, per anni si sono sponsorizzate letture, immagini ed icone che hanno prodotto parecchi quattrini ma poca cultura se non sottocultura. Guevara, Malcom X, lo stesso terrorismo rosso, hanno occupato nel desiderio onirico di molti giovani uno spazio molto importante. Questi ‘media’ hanno costruito artificiosamente il modello romantico del ribelle, hanno spesso evocato la spinta propulsiva dei medesimi trasformando, in realtà, il soggetto politico in un’icona letteraria. La capacità di distinguere la letteratura dall’azione concreta necessità però, di esperienza e insegnamento. Questo mondo progressista invece ha lasciato che le immagini si trasformassero in utopie ma cosa più grave, ha lasciato soli questi ragazzi.
Non esistono libri che non si possono leggere, memorie che non si debbono ascoltare ma serve un gruppo, un collettivo, una compagnia. Servono incontri, esperienze che si incrociano, capacità al servizio degli altri, soggetti in grado di contestualizzare e di smitizzare. Servono persone in carne ed ossa con i quali scontrarsi, imparare, riflettere. Anche la violenza espressa ne I Dannati della terra di Frantz Fanon (il rivoluzionario della lotta di liberazione algerina) può servire per comprendere i fatti di oggi, ma un giovane non può teorizzare quanto legge senza confrontarsi con il reale. Servono compagnie serie non magliette con slogan di quarant’anni fa. Nessuno a sinistra si sottragga da queste responsabilità. è un dovere per chi fa politica ed è un diritto per i giovani che si accostano alla vita.
Fabio Cavallari
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