I cimiteri di Saddam Hussein

Di Rodolfo Casadei
11 Marzo 2004
Adesso che il Consiglio consultivo di governo dell’Irak

Adesso che il Consiglio consultivo di governo dell’Irak ha approvato la nuova Costituzione provvisoria del paese, è il momento di riprendere in mano alcuni istruttivi risultati del sondaggio condotto dalla Gallup a Baghdad nell’autunno scorso. In mezzo a responsi talvolta non lusinghieri per i “liberatori” anglo-americani (il 43% degli intervistati si dice convinto che l’intervento abbia lo scopo di «rubare il petrolio irakeno», il 50% dice di non amare G. W. Bush, il 47% dice di non amare Tony Blair), spicca la risposta con cui la maggioranza assoluta dei 6 milioni di residenti di Baghdad (il 62% per l’esattezza) ha dichiarato che vale la pena soffrire quel che la guerra ed il dopoguerra hanno portato in cambio della caduta del regime di Saddam Hussein. Come si spiega questa strana miscela di diffidenza per gli occupanti anglo-americani e di sollievo per la conseguenza politica della loro azione militare? Si spiega ponendo mente alla realtà della repressione sotto il vecchio regime, che secondo i dati convergenti dell’autorità provvisoria di governo e di organizzazioni per i diritti umani avrebbe causato almeno 300mila morti, vittime di esecuzioni, torture e stenti sofferti nelle galere fra il 1979 ed il 2003. Dal conteggio sono escluse le vittime della guerra con l’Iran e delle due guerre del Golfo. I resti delle vittime della repressione interna si troverebbero in 260 fosse comuni sparse attraverso il paese; di esse fino a questo momento soltanto 40 sono state individuate ed indagate. La maggior parte di esse si trovano nel Sud sciita e nel Nord curdo, regioni apertamente ostili al regime di Saddam Hussein dove si sono sviluppati movimenti di resistenza o di rivolta.
Ma anche nella città di Baghdad le testimonianze del terrore non mancano: cimiteri anonimi sono stati scoperti presso la prigione di Abu Ghraib e la base dei servizi segreti sulle rive del fiume Diyala; tre massacri di dimostranti sciiti nel quartiere di Saddam City (oggi ribattezzato Sadr City), in uno dei quali sarebbero state uccise 700 persone, sono stati recensiti. La Gallup ha condotto un’indagine su di un campione di popolazione scientificamente rappresentativo ponendo la domanda: «Negli anni in cui è stato al potere Saddam Hussein, membri della sua famiglia hanno perso la vita a causa della repressione del regime?». Ben il 6,6% degli intervistati ha risposto di sì, una percentuale che, proiettata sul totale dell’attuale popolazione di Baghdad sulla base del numero medio di componenti di un nucleo familiare dà la vertiginosa cifra di 61mila uccisioni politiche nella sola capitale nei 24 anni del regime del raìs: il doppio del numero delle vittime ritrovate nelle fosse comuni della Bosnia.

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