I compiti di inizio d’anno per il prof Fioroni
Metti intorno a un tavolo a parlar di scuola, durante una pausa pranzo a Montecitorio, quattro personaggi che da anni non si occupano d’altro – o quasi – da mattina a sera: Enrico Panini, segretario generale della Federazione lavoratori della conoscenza della Cgil, il senatore Andrea Ranieri, responsabile scuola dei Ds, Giovanni Cominelli, esperto di politiche scolastiche ben noto ai lettori di Tempi; a far gli onori di casa l’onorevole Valentina Aprea, già sottosegretario al ministero dell’Istruzione e oggi responsabile scuola di Forza Italia. Ecco una sintesi – l’intera conversazione apparirà sul numero di ottobre della rivista Libertà di educazione – di quel che ne è uscito.
In Europa sembra che si stia andando verso sistemi sempre più decentralizzati e meno burocratizzati. E in Italia?
Ranieri: «Un sistema europeo non c’è. Esistono tendenze di fondo e livelli di misurazione degli apprendimenti. L’Europa sta andando verso un aumento fortissimo del numero dei diplomati e di coloro che raggiungono il termine del ciclo scolastico: un recente rapporto pubblicato dal Sole 24 Ore ci dice che il punto carente dell’Italia è lo scarso numero dei diplomati. L’anomalia italiana è che, in presenza di un trend europeo che porta al diploma di scuola secondaria l’85-90 per cento dei giovani, l’Italia ha ancora alti tassi di dispersione. L’Europa sta andando verso una maggior presenza delle discipline scienti-fiche, l’Italia è ancora il paese che fa poche ore di insegnamento di tali discipline che poi si ripercuote anche sulla bassa iscrizione alle facoltà scientifiche all’università. Il documento che il governo ha varato sull’obbligo di istruzione a sedici anni è un documento europeo: indica gli obiettivi in termini di competenze, misura le competenze in uscita in termini di apprendimenti e non solo di contenuti disciplinari. Sull’autonomia è la riforma più importante che c’è stata in Italia ed è la partita che dobbiamo giocare nei prossimi mesi. Andando nella direzione di una cooperazione, e non di una contrapposizione, fra i diversi livelli di potere, nazionale, regionale, locale e così via».
Aprea: «Mi piace ricordare che nel semestre di presidenza italiana della Ue nel 2003 avevamo lavorato per favorire definitivamente politiche integrate fra istruzione, formazione professionale e lavoro: da allora si riuniscono spesso in Europa insieme i ministri dell’Istruzione e del Lavoro, perché dobbiamo lavorare per una società della competenza che possa competere con i livelli più avanzati del mondo. Solo che, da allora, anche se siamo andati avanti, ci siamo ritrovati più indietro rispetto a paesi che corrono più di noi. E l’Italia in Europa è ulteriormente svantaggiata, perché non ha la flessibilità per raggiungere gli obiettivi di formazione di alta qualità prima ancora che globali, europei. Il processo di riforma è rimasto bloccato: abbiamo sulla carta documenti bellissimi, che parlano di libertà di educazione, di autonomia, di libertà di scelta; e nella realtà un sistema fermo agli anni Cinquanta. Siamo andati avanti di sperimentazione in sperimentazione, ma non abbiamo riformato la scuola secondaria superiore. Quello che mi preoccupa di più in questo momento è che rischiamo di rimanere fuori dalle raccomandazioni europee perché ancora una volta sentiamo parlare di indicazioni e ordinamenti “sperimentali”. Rispetto alla data strategica dell’Europa del 2010 arriveremo con un sistema che non è stato riformato dalle fondamenta, ma con pezzi che sono stati cambiati e pezzi che sono stati congelati: la situazione peggiore che si possa augurare. E peggio ancora la comunicazione mediatica di un governo che dice “no alle tre I”: come dire “voglio stare fermo”. L’Europa non sta ferma, l’Europa guarda avanti. E i nostri ragazzi migliori, che ci sono, sono pari ai livelli medi degli altri paesi».
Ranieri: «Non è vero. Il problema vero dell’Italia, lo dicono i dati Ocse-Pisa, è che passiamo dalla Finlandia alla Turchia: i licei del Nord hanno gli stessi livelli della Finlandia, gli istituti professionali del Sud quelli della Turchia. Ma i nostri livelli di eccellenza sono altissimi. Poi abbiamo livelli bassi che rispondono a livelli di esclusione territoriale e sociale, più che a quello che la scuola sa fare».
Aprea: «Ma allora la scuola ha fallito!».
Ranieri: «Se ha fatto poco il centrosinistra, meno il centrodestra. Uno dei motivi per cui in Italia non si fanno le riforme, è che si pensano sempre dalle fondamenta, perché su ogni riforma si gioca una concezione politica: una parte fa la riforma, l’altra si contrappone. Quel che ci insegna l’Europa su questo terreno è che le riforme sono per definizione sperimentali. Per fare una riforma occorrerebbe un sistema di valutazione condiviso e un ministro che dicesse – e un po’ Fioroni lo sta facendo – “io penso così, ma valutiamo se va bene o se non va bene”. L’Italia invece è bloccata sugli schieramenti. Propongo a Valentina di ragionare sulla riforma come fatto in progress, e a un sistema di valutazione condiviso che ci avverta se le cose fatte non vanno bene e allora si correggono, senza che il ministro perda la faccia. Chi lo fa dovrebbe dichiarare che non è sicuro se quel che fa risolverà tutti i problemi, e se si sbaglia ci si corregge. La svolta dovrebbe essere allora: assumere la riforma come fatto normale e la valutazione come strumento incorporato nel processo».
Cominelli: «In Europa conta la “Pac”, la politica agricola comune; la “Pec”, politica educativa comune, non c’è. Ci sono Stati che hanno le loro politiche, e l’Ue che cerca di spingere quel che gli Stati più avanzati stanno facendo: la decentralizzazione dei sistemi – persino i francesi vanno verso un’autonomia molto spinta – il curriculum essenziale di cittadinanza, il passaggio di fatto alla certificazione delle competenze, che secondo me è la vera svolta culturale, e il potenziamento della valutazione esterna, che in Europa è molto avanzato, di fronte alla crisi del sistema di valutazione interna nostro: paragonando i risultati della valutazione Pisa con i voti degli esami di Stato, scopriamo che quel che a Milano è valutato “cinque”, a Reggio Calabria è un “sette”. Ma non solo tra Milano e Reggio: anche tra una classe e l’altra di un singolo istituto i voti non hanno lo stesso significato. Per cui il problema vero è che non siamo in grado di dire ai ragazzi che cosa hanno veramente nello zaino. L’Europa sta andando in direzione della certificazione delle competenze, e ha capito che le competenze non sono l’asservimento al mercato del lavoro, ma la capacità di incarnare conoscenze per risolvere problemi. Fioroni sta andando in questa direzione? Le Indicazioni rovesciano l’impostazione: in primo piano ci sono le aree disciplinari, le competenze sono lasciate sullo sfondo. Questo è il primo punto: se non si riesce a definire il quadro dei risultati attesi, noi continuiamo a rimanere indietro. Ma il passaggio dalla cultura delle discipline alla cultura delle competenze non è né di destra né di sinistra: è un passaggio che mette in discussione tutta la cultura degli insegnanti. E il vero problema delle Indicazioni è che ricaduta avranno sulle scuole; perché se la loro adozione è volontaria e sperimentale, i vincoli reali non sono né volontari né sperimentali: sono i vincoli delle materie, degli orari, delle cattedre. Il rischio è che se non si riesce a spingere davvero verso l’indicazione degli esiti attesi, l’innalzamento dell’obbligo, in sé giustissimo, diventi una scuola media prolungata. Senza un serio sistema di valutazione esterno, tutto rischia di vanificarsi. La vera riforma è identificare un sistema di competenze in uscita; dopo di che, radicale autonomia delle scuole. E una valutazione delle sperimentazioni. Perché Ranieri ha ragione a dire che vera riforma è in progress; ma se nessuno valuta le sperimentazioni si arriva alla scuola italiana di oggi, con decine di sperimentazioni pietrificate che nessuno è in grado di dire se funzionano oppure no».
Panini: «L’Europa come l’Italia ha un sistema di istruzione che presenta diverse difficoltà. Non c’è un giardino europeo tutto bello e fiorito e un paese Italia fatto solo di zolle da deserto. In realtà in tutti i paesi ci si interroga su problemi epocali che tutti i sistemi hanno di fronte, perché negli ultimi quarant’anni tutta la società ha vissuto mutamenti epocali. La vera differenza è che Francia o Gran Bretagna hanno cominciato a interrogarsi su questo negli anni Settanta e Ottanta, mentre da noi allora l’innovazione era solo affidata al ministero, di tipo amministrativo; la politica ha deciso che non si occupava di scuola, e la scuola è diventata solo un problema di carattere economico: quanto costa, quanto si spende. Poi c’è stata l’unica, vera riforma: l’autonomia scolastica. Oggi siamo di fronte a una riforma tradita. Da noi ancora si parte chiedendosi “quanto pesa il Ministero?”, poi “quanto pesano le Regioni?”. Io sono per impostare il problema diversamente, dal basso, a partire da quali sono i poteri delle scuole autonome, e poi via via risalendo la filiera. Per quanto riguarda i dati Ocse, io credo che non andrebbero nascosti, ma discussi. Emerge che noi abbiamo un paese spaccato: il Nord a livelli europei, il Centro-Sud con dati più bassi, ma che sono determinati da tanti fattori, come la mancanza di spazi adeguati – locali, laboratori – o la diversa richiesta da parte del territorio e delle famiglie. Le riforme di struttura possono reggere in una fase nella quale la società e il mondo sono stabili; oggi, in un contesto di evoluzione, le politiche dell’istruzione pubblica non possono essere oggetto di contrapposizione, ma hanno bisogno di una condivisione, perché i tempi della scuola consono i tempi di una legislatura. Da ultimo, ci differenzia dagli altri paesi la questione docenti, perché da noi la professione docente è una professione sostanzialmente abbandonata a se stessa. Occorrerebbe cambiare completamente la direzione di marcia, e assumerla come una delle direzioni fondamentali rispetto al nostro sistema».
E qual è la proposta del sindacato in merito?
Panini: «Formazione iniziale, formazione in servizio, riconoscimento della professionalità.».
Cominelli: «Fino alla differenziazione delle carriere, degli stipendi?».
Panini: «Si fanno tutte le cose che ci sono da fare, io non ho dei limiti. Ci sono diversi problemi che vanno tenuti insieme: formazione iniziale, formazione in servizio, strumenti per la professione, eccetera. C’è il problema degli stipendi di base, perché lo stipendio che uno prende denota la considerazione che la società ha del suo compito. Poi c’è il problema di una differenziazione, sul quale occorre trovare una proposta e lavorarci. Per quanto mi riguarda io non ho problemi. Io non sono il sindacato del “no”: io sono il sindacato che su questo chiede certezze e risorse».
Testo raccolto da Roberto Persico
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!