I comunalisti
In un manifesto a firma di Lega delle cooperative e Compagnia delle Opere dell’Emilia Romagna si legge che «il comune di Forlì dopo aver riaperto il tetro comunale “Diego Fabbri” riduce notevolmente contributi e funzioni ai due teatri e alle due imprese teatrali cooperative di Forlì, riconoscendo loro unicamente il compito sostitutivo a ciò che l’assessorato alla cultura non svolge e non intende svolgere». E così la cultura comunale, odierna versione della cultura di Stato, impone persino le commedie, decide gli autori preferiti. Strano per un’arte come il teatro nata nelle piazze! Invece di declamare Shakespeare reciteremo le invettive di un consigliere comunale del Prc; invece di Molière sentiremo la velina di un portaborse del sindaco. Ma, tant’è, anni fa, si portavano i militanti alla Scala perché, pur non avendo ascoltato la Banda di Affori, applaudissero l’autore democratico, la cui musica somigliava alle sirene delle autoambulanze. Per fortuna il teatro non funziona come le mense, le pulizie e i rifiuti. Non si impone il consenso con l’appalto. Per fortuna, quando si è liberi, solo quindici persone a Roma sono disposte ad ascoltare il “Regista” mentre recita Gadda. Per fortuna i film d’avanguardia, finanziati dai ministeri, non sono visti neppure dal bottegaio del cinema che preferisce andare a casa a vedere la televisione.
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