I COMUNISTI PER L’APARTHEID
Un comunista rimane sempre un comunista, anche dopo un mese trascorso in mano ai guerriglieri che non avrebbero avuto problemi di coscienza a sopprimerlo come una gallina. Così Giuliana Sgrena, all’indomani della liberazione dalle mani dei suoi rapitori e della sparatoria con cui soldati americani dal grilletto facile hanno ucciso il dirigente del Sismi Nicola Calipari, ha fatto sapere di non essersi «mai sentita nemica» dei rapitori che avevano minacciato di ucciderla, mentre al contrario non ha escluso che gli americani la volessero morta e per questo – non per una criminale negligenza – abbiano aperto il fuoco.
Cadono i muri di Berlino, tramontano i socialismi reali, ma i comunisti (con l’eccezione di quelli iracheni) ragionano sempre nello stesso modo: il male assoluto sono gli americani, massima incarnazione del sistema capitalista; tutti coloro che combattono contro gli americani meritano simpatia incondizionata perché combattono il male assoluto. Dagli americani, invece, ci si può attendere qualunque cattiveria, perché intrinsecamente malvagi: così ogni teoria del complotto è legittima.
I sunniti dell’Irak sono la versione cento volte peggiorata dei bianchi sudafricani del tempo dell’apartheid: sono una minoranza che ha detenuto a lungo il potere opprimendo la maggioranza della popolazione in modi orribili. Ma mentre i bianchi sudafricani hanno negoziato la loro rinuncia al potere con la maggioranza nera, i sunniti iracheni sono decisi a massacrare chiunque. I comunisti nostrani definivano ‘razzista’ e ‘fascista’ il governo minoritario dei bianchi sudafricani, definiscono ‘resistenti’ e ‘partigiani’ gli esponenti della minoranza sunnita che vuole riprendersi il potere. Perché questa diversità di trattamento? Perché i primi erano alleati dell’Occidente, dunque cattivi, i secondi sono nemici degli americani, perciò sono buoni. L’ideologia è fatta così: manichea e cieca alla realtà.
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