I CUORI DA BANDITO DAI MIEI RONALDO
«Appena torno giù in Brasile bisogna che vada a trovare Ronaldo», riflette ad alta voce Paola, lo sguardo pensieroso addensato negli occhi scurissimi. No, non è il tormento di una fan timida che vorrebbe avvicinare il calciatore famoso. Il Ronaldo in questione è certamente il leader carismatico di una squadra molto temuta dai rivali, imprendibile quando viene il momento dello scatto; ma l’ultimo dribbling gli è riuscito male, e si è ritrovato dietro le sbarre insieme a un certo numero di suoi compagni, perché lui è il capo della banda di spacciatori di droga di Morro dos cabritos, una favela di Rio de Janeiro arrampicata sulle colline che guardano Copacabana. Cosa può mai importare di uno come lui a una come Paola Galafassi, un tempo caposala nel reparto di oncologia ginecologica di un ospedale monzese e oggi responsabile del Cantinho da Natureza, un centro educativo per bambini e pre-adolescenti poveri alla periferia di Rio de Janeiro? Che c’entra il diavolo con l’acqua santa?
All’asilo passando davanti ai mitra
C’entra eccome, per una serie di valide ragioni. La prima è che il Cantinho (l”Angolo della natura’, nome che trae origine dalla lussureggiante vegetazione tropicale che circonda la costruzione) sorge in una delle aree presidiate dalle squadre di spacciatori di Ronaldo. Ogni mattina e ogni pomeriggio le mamme, i bambini e le maestre devono attraversare posti di blocco informali controllati da giovanotti armati fino ai denti, talvolta con mitragliatrici più grandi di loro. A Rio De Janeiro i clan (‘comandi’ nel linguaggio locale) che si spartiscono il mercato degli stupefacenti sono tre: il vermelho (il ‘rosso’), il tercero (il ‘terzo’) e os amigos dos amigos, ‘gli amici degli amici’. Quando gli accordi saltano o qualcuno si mette in mente di allargare il territorio sotto il suo controllo, scoppiano sanguinose guerre fra clan che provocano decine di morti. Negli anni Novanta, prima che Paola arrivasse al Cantinho nel contesto di un programma dell’Ong italiana Avsi e ne assumesse la direzione, il centro rimase chiuso per mesi proprio a causa di una guerra fra spacciatori che aveva trasformato la favela dove sorge l’asilo in un campo di battaglia. Dunque c’è un problema, chiamiamolo così, di buon vicinato.
In secondo luogo, al Cantinho oggi ci sono 450 bambini e ragazzi dagli 0 ai 14 anni, 45 maestre quasi tutte donne della favela e 6 professori per il doposcuola. E ora si progetta di svolgere corsi di formazione professionale per adolescenti nelle suestrutture, così da poter dare un futuro ai ragazzi e alle ragazze che sono sfuggiti al degrado umano grazie al centro. Prima che arrivasse Paola, l’opera era sulle ginocchia: frequentata da una sessantina di bambini che non coprivano nemmeno i 90 posti allora disponibili, il progetto educativo totalmente assente, le casse disperatamente vuote nonostante finanziamenti comunali e le elemosine della parrocchia di Copacabana (nel cui territorio Morro dos cabritos rientra, dalle casette di mattoni della favela si vedono la spiaggia incantata e i palazzi della skyline). La ‘cura Galafassi’, iniziata sette anni fa, ha fatto il miracolo: «Anzitutto ho proposto il sistema dell’adozione a distanza, che ci ha permesso di reperire nuove risorse. Poi ho ottenuto l’allontanamento della direttrice, che non era all’altezza della situazione. Quindi abbiamo rinnovato il metodo. Abbiamo formato le maestre all’attenzione verso ogni singolo bambino, perché vedessero e trattassero ognuno di loro come un ‘io’ unico e irripetibile. Abbiamo responsabilizzato i genitori, che di solito sono povere mamme sole cresciute senza affetti familiari. Non facendo loro la morale, ma accogliendole con calore. E soprattutto abbiamo fatto crescere nei bambini la coscienza di un’appartenenza: la coscienza che c’è qualcuno che li sente propri, che gli chiede com’è andata quando tornano da scuola, qualcuno da cui si sentono compresi».
Il buon ladrone semi-pentito
Ma il successo ha i suoi inconvenienti. L’alto numero di utenti e operatori rende più acuta la questione della sicurezza. Che presenta aspetti davvero paradossali. «Qua dentro ci sono anche i figli di quelli che sono fuori a spacciare o a fare la guardia», spiega Paola come se fosse la cosa più pacifica del mondo. «E questo ha dei ‘vantaggi’: nessuno ci ha mai derubato o infastidito, per ovvi motivi. La polizia si fa vedere raramente, per timore che un conflitto a fuoco coinvolga i bambini. Però alla fine le sparatorie ci scappano lo stesso: tre-quattro volte all’anno le armi crepitano proprio qui fuori». I muri portano il ricordo di quelle scaramucce: fori di proiettile sono visibili qua e là. Paola non ha ancora perso la speranza di convincere Ronaldo a spostare la sua ‘attività’ in qualche zona meno esposta della favela. Anche perché – e qui veniamo alla terza buona ragione per cui alla volontaria italiana importa del malvivente brasiliano – pure i banditi hanno un cuore, e dentro a quel cuore c’è del buono. Paola l’ha scoperto quella volta che Ronaldo e i suoi fidi volevano organizzare l’ennesima festa di piazza a base di musica funky a tutto volume, e volevano farla proprio nel cortile bello spazioso del Cantinho. Cercando di non urtarne la suscettibilità, Paola ha fatto presente che non poteva accordargli il permesso, perché il responsabile ultimo della struttura era il parroco. Allora Ronaldo si è rivolto al parroco, il quale ha pensato bene di rispondere che solo il vescovo era competente a decidere la questione. «Ci rinuncio – ha fatto sapere il gangster -, il vescovo mi dirà che devo rivolgermi al Papa». «Magari, – gli ha risposto Paola – potrebbe essere la volta che il Santo Padre viene a visitarci in casa». «E io smetterei questa vita da topo», ha replicato inaspettatamente Ronaldo, schiudendo le profondità del proprio cuore.
La riscossa dei padri
Il problema umano più grave delle favelas è che quasi tutti i maschi si comportano come i capibastone del narcotraffico: sempre in fuga, sempre alla ricerca di un nascondiglio per nascondersi, più che altro, a se stessi, non si assumono la responsabilità dei figli che hanno concorso a mettere al mondo e delle famiglie che hanno iniziato. «La metà delle famiglie servite dal nostro centro sono famiglie monoparentali composte dalla sola madre, rimasta incinta la prima volta quando aveva 14-15 anni; un altro centinaio sono coppie ‘aperte’, dentro le quali gli uomini vanno e vengono», spiega Paola. «Noi facciamo di tutto per coinvolgere i padri, attraverso il centro, nell’educazione dei figli. Recentemente abbiamo chiesto loro di contribuire allo sforzo comune venendo a verniciare l’edificio dell’asilo infantile. E hanno risposto in massa all’appello. Quando organizziamo le feste per i compleanni dei bambini, invitiamo sempre i papà, anche quelli che non vivono più con la famiglia. E succedono piccoli miracoli. A scuola Luis Augusto è un ragazzo terribile, aggressivo con tutti: varie volte sono stati sul punto di cacciarlo. Nessuno crederebbe mai che è il figlio più amorevole del mondo: ogni mattina veste sua madre, che è un’alcolizzata cronica, e le annoda maglie e maglioni perché non perda i vestiti durante la giornata. Ma a causa della situazione suo padre se ne è andato di casa. Luis Augusto, che era attaccatissimo al genitore, ha cominciato a macinare rabbia da quel giorno. Qualche tempo fa abbiamo organizzato una festa per il suo compleanno e abbiamo invitato anche i due genitori. è arrivata la mamma, tutta piena di ammaccature e piccole ferite che hanno richiesto un bel po’ di cerotti, ed è arrivato pure il papà. Luis ha voluto anche lui un cerotto sulla fronte, e alla fine della giornata era il bambino più felice del mondo». Infatti al Cantinho si curano tutte le ferite, quelle visibili e quelle invisibili.
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