I demoni, le anime morte e noi Benedetto Occidente

Di Luigi Amicone
14 Luglio 2005
LA FRAGILITA' DELL'EUROPA DI FRONTE AGLI ISLAMISTI. IL NOSTRO RELATIVISMO E IL LORO NICHILISMO. I LORO GIOVANI MUJAHEDDIN E I NOSTRI VECCHI DISERTORI. ECCO PERCHé, OLTRE A UN PATRIOT ACT EUROPEO, OCCORRE UNA GUERRA CULTURALE. COME AI BUONI, VECCHI TEMPI BARBARICI

Nei giorni in cui anche Bertinotti rovescia il dogma pacifista e richiama la necessità di fronteggiare il terrorismo, ci sono scriteriati sul serio (e scriteriati che celiano, perché questa è la parte che sono pagati per recitare) che del massacro londinese dicono la solita cosa («ce lo siamo meritati»). La prima cosa che ci raccontano gli scriteriati – seri o faceti che siano – è che bisogna lasciare gli iracheni al loro destino di tribolazione e di orrore. La seconda è che non vogliono saperne di guardare in faccia il nemico. Altrove i barbari ridono del nostro terrore e godono nell’assassinarci perché siamo solo “cani cristiani ed ebrei”. Ci raccomandano all’inferno, i barbari, dall’inferno in cui hanno seppellito la loro stessa umanità. I barbari non sono molto lontani da noi. Anzi. Vivono in mezzo a noi. Ci disprezzano, ci studiano, ci mentiscono, ci preparano le casse da morto. Sono i demoni di Dostoevskij, entrati in casa nostra da un mondo, quello jihadista, troppo impaziente di sottometterci al Corano per rispettare il piano di invasione “pacifica” coltivato dai Fratelli Musulmani. Così, demoni e disertori davanti ai demoni, ci tengono buona compagnia. Gli uni facendoci la guerra, gli altri facendosi mentori del relativismo che alimenta odio di sé e risentimenti antioccidentali. Chi sono i leader jihadisti e cosa li apparenta ai disertori europei? I capi jihadisti sono gente perbene, istruita, figli della borghesia musulmana, sono nati o vivono in Occidente, lo conoscono e lo disprezzano profondamente. Li apparenta alla diserzione relativista europea l’utopia di un ritorno allo stato di natura, che per i jihadisti equivale al ritorno a un mai esistito “stato di pace e di diritto divino”, per i nostri disertori a un altrettanto immaginario “stato di pace e di diritto umanitario”.

AL ZARKAWI ALLA SCUOLA DI ROUSSEAU
Dalla frustrazione inerente alla stessa dinamica di ogni utopia – la quale costringe a sacrificare continuamente il dato di realtà all’immaginario, i fatti alle interpretazioni, e dunque si regge su un continuo sforzo volontaristico, sulla volontà linguistica, normativa, fisica, di potenza – deriva il nichilismo. Noi siamo diventati nichilisti per allegra volontà linguistica, normativa e fisica di potenza dei diritti zapateriani e del pacifismo (il cui errore non sta nel dare protezione civile agli omosessuali o nell’avversare la guerra, ma nella pretesa utopica di abolire “padre” e “madre” e di “buttare fuori la guerra dalla storia”, nell’idea fantastica che il desiderio possa prescindere dalla realtà e la guerra sia un esclusivo portato dell’Occidente). Loro, invece, sono diventati nichilisti per cupa volontà linguistica, normativa e fisica di potenza di un dio fabbricato a propria misura, un cancro nelle carni dell’islam, che si nutre di sacrifici umani e cerca la fine di ogni civiltà (di mezzo, naturalmente, com’è stato per tutti i nichilismi, c’è sempre il tentativo di liquidare una volta per tutte le odiate radici ebraiche e cristiane). Ciò che caratterizza entrambi i nichilismi, in apparenza così diversi nei metodi e negli obbiettivi, è il fil rouge dell’ideologia. Cioè il procedere per deduzione logico-dialettica da premesse sbagliate, separate da ogni visione realistica del mondo e della condizione umana («L’ingiustizia fa parte del patrimonio cromosomico della terra e dell’umanità ed è invincibile. A meno che intervenga un amore incondizionato», insegna lo scrittore terzomondista Wilson Harris). Fino ad arrivare a conclusioni inequivocabili e astratte, contrassegnate da visioni palingenetiche che rappresentano un aggiornamento linguistico delle vecchie menzogne rivoluzionarie che hanno prodotto solo disastri, genocidi, olocausti, gulag. Un utopismo intollerrante alla radice proprio perché utopia è ideologia, falsa coscienza, violenza sulla realtà.

FORZA BARBARICA, DEBOLEZZA OCCIDENTALE
Ora, davanti all’inquietante e purtroppo inevitabile prospettiva che il terrorismo torni a colpire nelle nostre città viene da domandarsi: ma allora, come si fa a resistere all’avanzata di questo deserto, oltre che, come è giusto che sia, mettendo a punto nuove misure antiterroristiche e sostenendo l’iniziativa politica dei governi in materia di sicurezza? Cosa gli si può opporre oltre alla rabbia, oltre alle leggi, oltre a un auspicabile Patriot Act europeo che metta in condizione le democrazie di poter difendere i propri cittadini dai terroristi che sfruttano il nostro sistema di libertà democratiche per incitare all’odio antioccidentale, colpirci e poi magari venire assolti dai giudici – abbiamo visto anche questo nei tribunali, da Londra a Milano – in nome dei nostri diritti civili e delle nostre garanzie giuridiche? In sintesi, come si può alimentare uno spirito di resistenza al totalitarismo? Già, perché i nostri nemici conoscono molto bene la nostra debolezza (compreso il nostro fingere di credere che moltiplicando i Live8 e gli aiuti al Terzo Mondo i nostri nemici si daranno una calmata). Debolezza che non è soltanto connessa agli inevitabili rischi che comporta il nostro sistema di democrazia aperta, al quale non vogliamo giustamente rinunciare, come insegna la risoluta risposta britannica agli attacchi. è vero, non vogliamo perdere il gusto delle nostre libertà e i terroristi non ci faranno cambiare vita. Va bene, speriamo di continuare così. Però è altrettanto vero – e le posizioni scriteriate a cui accennavamo in apertura ne sono la conferma, l’ennesima purtroppo – che non si possono non avvertire i pericoli di diserzione insiti nel modello culturale dominante tra le élite europee e da queste élite propagandati nei media, nelle scuole, negli ambienti di lavoro. Già, perché se l’ideologia del relativismo insegna che non esistono fatti, ma interpretazioni, e se i cosiddetti “valori” ce li dobbiamo fabbricare noi giorno per giorno, come diceva Sartre (vedi lettera di Giovanna Jacob, p. 30), anche i terroristi negano i fatti, interpretano e si fabbricano i loro valori, no?

GUERRA CULTURALE AGLI IDOLI
C’è anzitutto una guerra tutta culturale che occorre combattere per non rischiare di essere seppelliti dal deserto che avanza. Culturale nel senso preciso e serio del termine, cioè di quale coscienza abbiamo, e cerchiamo di approfondire in modo sistematico, per affermare che la persona umana e la libertà di ricerca della felicità sono i beni più sacri e inviolabili che abitano la faccia della terra. Noi abbiamo ancora un po’ di vantaggio rispetto ai barbari. Loro sono all’ultima tappa nella corsa al Vitello d’Oro. Noi, pur in una situazione di confusione, siamo ancora gente in cammino su una terra in cui la vita umana non può essere concepita come islam, come sottomissione. Noi possiamo essere credenti o atei, agnostici o libertini, ma in fondo al nostro cuore, ai nostri pensieri, al nostro albero genealogico, sentiamo giusto e vero, cioè al livello del mistero della nostra umanità, quanto scrive il cristiano algerino sant’Agostino e sottoscrive l’ebrea tedesca Hannah Arendt, cioè che «Dio ha creato l’uomo per introdurre nel mondo la facoltà del dare inizio: la libertà». Siamo, e questo è l’unico caso serio della storia, quella terra in cui ebraismo e cristianesimo non rinviano all’altro mondo la speranza di felicità, ma la nutrono in questo, annunciando l’intervento di un Amore incondizionato. Tale annuncio è, nonostante tutti i nostri idoli, le nostre incoerenze, le nostre bestialità, nel dna dell’Occidente. Che questo amore sia un avvenimento presente e possente liberatore da ogni logica di schiavitù e di sottomissione a ideologie immanentistiche o scimmie di Dio – siano esse una morale, un libro, una dottrina fondati sul teismo o sul laicismo – questo è da imparare dalla vita di chi manifesta vita piena di rischio di libertà e fraternità nei confronti degli altri uomini.

I MUSULMANI DI FRONTE A CRISTO
Domenica scorsa il Papa ci ha detto che nel quinto secolo dopo Cristo, in epoca di barbari, Benedetto da Norcia dissodò il deserto e fece ripartire la civiltà trattenendo e salvando tutto ciò che il passato, cioè il paganesimo greco e romano, aveva consegnato agli uomini del suo tempo. Benedetto salvò il mondo comune e convertì i barbari in un movimento di vita che attirò a sé decine di compagni e poi centinaia e poi migliaia e poi l’intero Occidente. Fece questo in compagnia di uomini di ceti sociali e razze i più disparati, con uomini che non avevano niente, figuriamoci se avevano obbiettivi ecclesiastici, moralizzatori, rivoluzionari, pacifistici, eccetera. Erano semplicemente uomini segnati dall’incontro con un Amore incondizionato. Siamo di nuovo in quei tempi e la foresta di segni da cui vediamo il deserto è, come per definizione è ogni foresta, piena di alberi. Però è dai frutti che si capisce se un albero è buono. Lo potete capire anche a voi, fratelli musulmani.

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