I dubbi del matematico Israel sul fascino di una scienza festivalizzata

Non dirò che al Festival della scienza di Genova non vi siano state iniziative interessanti. Mi darei la zappa sui piedi, visto che vi ho partecipato tenendo un dibattito intenso e costruttivo con Giulio Giorello. Tante erano le iniziative che sarebbe pedante prendersela con le più strampalate, come quella dedicata a spiegare perché Einstein smise di portare i calzini. Quel che preoccupa è l’atteggiamento di certa stampa. Perché non è serio definire «simpatiche provocazioni» le solite zingarate antireligiose, e poi montare uno scandalo perché in una mostra serissima sulla Via Lattea compariva una frase di don Luigi Giussani, come ha fatto la Repubblica, che vi ha dedicato una pagina intera della cronaca locale. Qualcosa non va, se una barriera si alza o si abbassa secondo le simpatie ideologiche, indipendentemente dalla serietà scientifica; se è lecito spernacchiare le religioni e scandaloso citare la frase di un sacerdote. Sono stonature che inducono a riflettere sui messaggi trasmessi da queste dilaganti kermesse scientifiche, in cui (come nel Festival della matematica di Roma) anche Dario Fo e Serena Dandini vengono promossi matematici.
Dicono che si tratta di iniziative fondamentali per svegliare l’interesse stagnante per la scienza. Ho sotto gli occhi un sondaggio effettuato tra gli immatricolati al primo anno del corso di laurea in matematica presso la mia università: un campione di duecento persone, ristretto ma significativo trattandosi di tutti gli iscritti. Alla domanda «il tuo interesse per la matematica è aumentato grazie a», ben 142 hanno risposto «il tuo insegnante», 64 «grazie alla partecipazione a giochi o gare matematiche» (che sono cosa ben diversa dai festival), e soltanto 8 «grazie al Festival della matematica di Roma». Se si aggiunge che 24 hanno dichiarato che il loro interesse era cresciuto per «la lettura di libri sulla matematica», se ne ricavano alcune conclusioni. In primo luogo, che il Festival della matematica non ha avuto alcun effetto, ammesso che non abbia indotto qualcuno a iscriversi ad altre facoltà. In secondo luogo, che le attività che coinvolgono sforzo, concentrazione, conoscenze e competizione (come le gare) sono largamente preferite. In terzo luogo, che i “noiosi” libri sono ancora un mezzo fondamentale di diffusione della cultura. Infine – ed è la cosa più importante – che la figura di gran lunga più influente è il tanto disprezzato insegnante. Si aggiunga che il numero di coloro che hanno dichiarato di essersi iscritti a matematica per la speranza di trovare lavoro era identico a quello di coloro che hanno detto di averlo fatto per «coltivare interessi culturali».
Quindi i ragazzi non sono così bruti come si vuol far credere, sono di-sposti a leggere libri, a concentrarsi nello studio purché la proposta sia interessante, né abbisognano di essere imboniti con la contraffazione della scienza come divertimento. D’altra parte, i loro insegnanti – anche se non pochi di loro dovrebbero aggiornarsi – restano coloro che lo studente più ascolta e che gli trasmettono entusiasmo e interesse. (Quanti stipendi annui si pagano con un festival?). Tutto ciò in barba a chi crede (o vuol far credere) che l’unico modo di interessare alla scienza sia di farne spettacolo, e a chi crede che per salvare il sistema dell’istruzione occorra oggettivizzarlo al massimo, riducendo al minimo il ruolo dell’insegnante e il rapporto personale tra insegnante e studente, riassorbiti dalle tecniche pedagogiche e di valutazione o dall’e-learning. Sono costoro che dovrebbero essere riqualificati, perché sono affetti da un brutto male: la sfiducia nelle persone.

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