I fatti (e il pregiudizio)

Di Persico Roberto
22 Novembre 2001
Quel che dispiace, nell’ultima fatica di Pansa, è la sottolineatura, sfumata nei toni ma inequivocabile nelle intenzioni, sull’analogia fra il momento attuale del Paese e gli anni del dopoguerra, che culmineranno con la Marcia su Roma: «oggi, non pochi di noi temono, forse a torto, forse a ragione, che possa prendere piede una politica autoritaria.

Giampaolo Pansa, Le notti dei fuochi, 402 pp. Sperling & Kupfer, lire 30.900

Quel che dispiace, nell’ultima fatica di Pansa, è la sottolineatura, sfumata nei toni ma inequivocabile nelle intenzioni, sull’analogia fra il momento attuale del Paese e gli anni del dopoguerra, che culmineranno con la Marcia su Roma: «oggi, non pochi di noi temono, forse a torto, forse a ragione, che possa prendere piede una politica autoritaria. In tante persone avverto un’inquietudine che fino a qualche anno fa non percepivo: quella di trovarsi di fronte a un nuovo fascismo, del tipo soffice. Senza terrorismo armato, né violenza fisica, ma dove la televisione e i media saranno l’arma del nuovo potere. E prenderanno il posto dell’antico camion delle spedizioni punitive del 1921 e del 1922». Ed è chiaro che non si tratta di una replica della denuncia pasoliniana di trent’anni fa della dittatura del potere mediatico: è una trasparente, anche se mai esplicita, allusione a chi oggi in Italia possiede potere politico e televisioni. Peccato. Peccato perché invece il libro è una delle più equilibrate rievocazioni degli anni terribili seguiti alla Grande Guerra che siano uscite da una penna della sinistra. Con un’amabile invenzione letteraria, Pansa mette il racconto in bocca a due donne, rispettivamente la figlia di un piccolo proprietario agricolo, finito a fare lo squadrista, e la nipote di un avvocato socialista, difensore di braccianti e capilega. Nel racconto delle due voci narranti le contrapposte ideologie prendono carne nelle vicende di protagonisti e comprimari della lotta che ha insanguinato per anni le campagne intorno a Mortara, epicentro della rievocazione. Torti e ragioni delle parti in lotta sono riconosciuti con equilibrio inconsueto; emerge chiaramente il ruolo che nel suscitare la “controrivoluzione preventiva” del fascismo ebbero i proclami rivoluzionari e le violenze socialisti. Ma soprattutto emerge, a dispetto delle intenzioni, il quadro di un mondo lontano anni luce da quello di oggi: come sempre i fatti hanno ragione del pregiudizio ideologico.

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