I guai di Bush e quelli di Kerry

Di Lorenzo Albacete
22 Aprile 2004
Non si può evitare l’impressione che la domestic coalition

Non si può evitare l’impressione che la domestic coalition sapientemente costruita e guidata dal presidente Bush si stia in questi giorni sciogliendo come neve al sole. Le indagini sull’attentato dell’11 settembre 2001 da parte della commissione presidenziale sono diventate uno spettacolo pubblico dai toni fortemente antibushiani. La deposizione (e, a quanto si dice soltanto casualmente, il libro) del ex capo dell’antiterrorismo Richard Clark hanno rappresentato per Bush un grosso problema politico, anche se si è fatto ogni sforzo per screditarlo. La decisione presa da Clark di “scusarsi” con le famiglie delle vittime dell’11 settembre per non essere riuscito a impedire il disastro ha dato l’avvio a un assalto dei media contro il presidente per costringerlo a presentare anche le proprie scuse per non avere dato sufficiente attenzione agli avvertimenti sul fatto che qualcosa del genere stava per accadere. Poi ci sono le perdite quotidiane in Irak e la sempre maggiore consapevolezza che la guerra è stata condotta in larga misura seguendo presupposti ideologici e non sulla base di un giudizio realistico della situazione. Bush invoca con molta eloquenza la gravità dell’attuale minaccia alla civiltà, ma non sembra in grado di rispondere con altrettanta capacità alle critiche che gli vengono rivolte.

Qual è l’effetto politico di tutto ciò? I sondaggi più recenti indicano che Kerry è davanti a Bush, in alcuni casi con un vantaggio di addirittura dieci punti; ma la verità è che è ancora troppo presto per fare qualsiasi previsione. La maggior parte delle persone il cui voto sarà decisivo per l’esito della elezione non hanno ancora fatto la propria scelta, e da oggi a novembre possono accadere ancora molte cose. Per di più, John Kerry non suscita un grande entusiasmo nemmeno tra gli stessi democratici, e non sembra avere un piano preciso per tirare fuori il paese dal pantano irakeno, visto che anche Bush sta cercando di internazionalizzare la guerra. Un ottimo indizio per capire ciò che sta accadendo nel partito democratico si ricava osservando tutto ciò che stanno facendo i Clinton. Quasi tutti sono d’accordo sul fatto che Hillary, nel caso di una sconfitta di Kerry, sarà la candidata democratica per il 2008; perciò non è nel loro interesse che vinca ora. Tuttavia, devono agire dietro la facciata di un forte sostegno a Kerry per poter dire di essersi impegnati a fondo a favore del partito.

Poi ci sono le questioni economiche. Anche se le cifre dimostrano che l’economia sta migliorando, la maggior parte della gente sembra preoccupata. Ciò che conta non è come le cose stanno realmente, ma come la gente pensa che stiano. Infine, la battaglia culturale sarà un elemento delle elezioni, soprattutto il problema dei matrimoni gay.

Viene da chiedersi che cosa stiano pensando gli elettori non politicizzati, il cosiddetto american people che non vive sulle fasce costiere del continente. Si può dire almeno questo: se questi elettori si convinceranno che Bush gli ha mentito, per i repubblicani è finita, indipendentemente da tutto il resto. La capacità del presidente di mantenere la loro fiducia è la variabile politica più importante di queste elezioni.

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