I mali dell’illuminismo
In “Rahel Varnhagen. Storia di una ebrea” (trad. it. a cura di Lea Ritter Santini, Il saggiatore, Milano 1988), Hannah Arendt ripercorre le vicende di una figlia d’Israele in un salotto illuminista. E verga riflessioni che – riecheggiando l’apologia del “pregiudizio”, ovvero la realtà che rimane, che già fu di Edmund Burke, sua fonte culturale – inquadra, con un’attualità sorprendente, l’unico vero problema di oggi, dall’informazione alla politica, dai media alla giustizia ingiusta, dalla scuola allo Stato contro il cittadino. Ovvero, come gridava Ernst Bloch, filosofo marxista dell’ “utopia concreta”, tanto peggio per i fatti, noi la sappiamo più lunga. (M.R.)
L’Illuminismo ha innalzato la ragione ad autorità, ha riconosciuto al “pensare da soli” (Lessing-Selbstdenken) – di cui ciascuno autonomamente è capace – il carattere più elevato fra le facoltà dell’uomo. […] Il pensare da soli libera dagli oggetti e dalla loro realtà, crea uno spazio del solo pensabile a un mondo che, senza sapere e senza esperienza, è accessibile a ogni creatura razionale. Libera dall’oggetto, come l’amore romantico riscatta l’amante dalla realtà dell’amata. E come dall’amore romantico nascono i “grandi amanti”, che nessuna amata può più turbare e il cui sentimento non può essere più turbato da nessuna realtà, così l’autonomia del pensiero, intesa in questo modo, diventa la base per gli ignoranti colti che – senza nessun obbligo verso gli oggetti di una cultura estranea – devono solo scrollarsi di dosso i vecchi pregiudizi, liberarsi per arrivare a pensare, per diventare contemporanei. La ragione può liberare dai pregiudizi del passato e può guidare il futuro dell’uomo. Purtroppo questo, evidentemente, non basta: essa può liberare solo individualmente, e solo il futuro dei Robinson sta nelle sue mani. L’individuo liberato in questa maniera urta sempre contro un mondo, una società, il cui passato ha potere sotto forma di “pregiudizi” che gli dimostrano come la realtà passata sia ancora sempre realtà. […] Se il pensiero ritorna su se stesso e trova come unico oggetto la propria anima, se diventa riflessione, allora conquista comunque, nella misura in cui rimane razionale, un’apparenza di potere illimitato, perché si isola dal mondo, se ne disinteressa, e proteggendolo si pone di fronte all’unico oggetto “interessante”: la propria interiorità. Si fa illimitato nell’isolamento prodotto dalla riflessione; poiché l’esterno non lo turba più, non è richiesta più nessuna azione, le cui conseguenze limiterebbero anche la persona più libera. L’autonomia dell’uomo diventa la vittoria delle possibilità che respinge ogni realtà. La realtà non può più portare niente di nuovo, la riflessione ha già anticipato tutto.
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